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“Il problema è il denominatore”, è la frase che ricorre più spesso negli scambi di opinioni (virtuali visto che anche i palazzi romani stanno optando per il lavoro da casa) di tecnici e politici. Oggi il governo ha annunciato un’altra cura per tamponare le conseguenze economiche del coronavirus. Dai 7,5 miliardi della prima versione del decreto, ai 10 ipotizzati pochi giorni dopo si è passati a un piano da 25 miliardi, che in termini di scostamento del deficit rispetto all’ultimo Def pesa per 20 miliardi. Una manovra che vale 1,1% di Pil.

Il rapporto deficit Pil italiano, quindi, è già volato al 3,3% del Pil. Sopra la soglia dei tre punti percentuali che negli ultimi nove anni è sempre stata rispettata dall’Italia. Nella ultima lettera inviata da Bruxelles, nella quale i commissari Ue Gentiloni e Dombrovskis rispondevano alla prima richiesta di flessibilità dell’Italia (deficit fino al 2,5% del Pil), c’era già la disponibilità a valutare eventuali altre richieste di effettuare spesa in deficit, legate all’evoluzione della crisi sanitaria, ma le nuove misure varate dal governo italiano valgono molto di più di quanto l’Ue possa concedere a un paese in termini di flessibilità per circostanze eccezionali.

La commissione guidata da Ursula von der Leyen dovrà accordare all’Italia spese in deficit simili a quelle che in tempi recenti sono state concesse solo alla Francia. Ma pesa appunto l’incognita della crescita, evocata dallo stesso ministro dell’Economia subito dopo il consiglio dei ministri con la cura da 25 miliardi. Gualtieri ha ammesso che il Pil subirà una “rilevante contrazione” nei prossimi mesi. Ha premesso che sarebbe logico attendersi un “profilo a V” per la crescita, quindi una prima pesante perdita e poi una ripresa altrettanto veloce. Che il rimbalzo potrebbe farsi sentire già dopo aprile (molte analisi in realtà spostano più avanti, in autunno, una eventuale ripresa) ma ha fatto capire che tutto questo non basterà a evitare un Pil con il segno meno per il 2022.

Il risultato sarà appunto che il denominatore di tutti gli indicatori utilizzati dall’Europa per valutare le finanze pubbliche degli stati membri è ancora un’incognita per quanto riguarda l’Italia e che quel 3,3 di deficit rispetto al Pil potrebbe lievitare. Se il Pil diminuisse più delle previsioni il deficit potrebbe arrivare intorno ai quattro- cinque punti percentuali. Stime fatte al netto di un blocco prolungato della Lombardia, regione che da sola vale il 22% del Pil. In questo caso il conto per l’economia e le finanze pubbliche si aggraverebbe.

Sui conti del governo l'incognita della crescita

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