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“Aver deciso di non toccare Quota100, allontanando lo spettro di nuovi esodati, non ha tuttavia risolto il problema di nuovi interventi sulle pensioni, che certamente entreranno nell’agenda politica. La strada migliore sarebbe progettare subito un ammorbidimento dello scalone che arriverà tra il 2021 e il 2022, ripristinando elementi di quella flessibilità tolta dalla riforma Fornero”. Ne è convinto Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche che ha obiettivo di analizzare gli effetti concreti delle riforme che si susseguono negli anni. E proprio alla vigilia della presentazione del volume della Banca Mondiale Progress and Challenges of Nonfinancial Defined Contribution Pension Schemes, frutto di un lavoro iniziato nell’ottobre del 2017 in Inapp, Formiche.net ha chiesto al numero uno dell’Istituto di fare un punto proprio sul sistema previdenziale italiano.

Come siamo messi, professor Sacchi?

C’è una notevole frammentazione, è tornato il “labirinto delle pensioni” che si era contrastato con le riforme degli anni Novanta: quelle avevano reso più armonico il sistema, mentre i vari interventi degli ultimi anni lo hanno stratificato, creando tanti canali di accesso al pensionamento anticipato basato sull’appartenenza a determinate categorie. Nel contributivo poi manca una pensione minima: occorre una pensione di garanzia.

E cosa si dovrebbe fare?

Prima o poi, noi diciamo già subito dopo la manovra economica di fine anno, sarebbe il caso che la politica cominciasse a pensare a come riorganizzare l’intero sistema pensionistico visto che comunque Quota100 terminerà nel 2021. Non sarebbe sbagliata, ad esempio, una legge delega per il riordino del sistema pensionistico, con una discussione aperta in Parlamento, se consideriamo, ad esempio, che la riforma svedese degli anni ’90 fu preparata consensualmente da tutti i principali partiti presenti nel Riksdag.

Come dovrebbero essere le pensioni del futuro?

Devono essere eque e adeguate, e così rischiano di non essere, vista la diffusione del lavoro discontinuo e povero, e devono essere sostenibili, il che dipende da fattori demografici e dai tassi di occupazione. Un sistema moderno dovrebbe essere flessibile anche nell’uscita, introducendo dei parametri che possano consentire di andare in pensione un poco prima, accettando una pensione più bassa, a patto che questa pensione non sia poi così bassa da risultare inadeguata. La flessibilità deve contemperare la libertà delle scelte individuali con le esigenze di sostenibilità del sistema.

Ovvero?

Dare ad esempio a chi è nel sistema misto, in parte retributivo in parte contributivo, la possibilità di andare in pensione con le regole del contributivo fino a tre anni prima del pensionamento di vecchiaia (oggi a 67 anni), a patto che la pensione sia pari almeno a 2,8 volte l’assegno sociale, ovvero circa 1280 euro al mese.

Ma questo avrebbe un costo elevato, possiamo permettercelo?

Con questa proposta chi lascia il lavoro prima perderebbe circa il 15% dell’assegno, mentre per lo Stato il costo sarebbe al massimo di 2 miliardi nei primi tre anni. Ma naturalmente il taglio dell’assegno potrebbe essere inferiore a fronte di un intervento pubblico, che però farebbe salire gli oneri per lo Stato.

Il problema però è anche la qualità del lavoro, i giovani e le donne, ad esempio, oggi sono penalizzati…

Questo è senz’altro vero. In un sistema contributivo come il nostro le storie contributive individuali si ripercuotono direttamente sui trattamenti pensionistici futuri. A carriere interrotte, salari bassi e prestazioni di lavoro non remunerato corrispondono pensioni inadeguate. Per questo occorre una pensione di garanzia, così come il contrasto al lavoro povero. Però, e in misura più strutturale, l’Italia coniuga bassi tassi di occupazione con bassi tassi di fecondità, e questo prima ancora che le pensioni mette in crisi la sopravvivenza stessa della nazione.

Che vuol dire?

Con un tasso di fecondità pari a quello attuale, la popolazione italiana è destinata a contrarsi enormemente. A questo si aggiunge che il nostro paese è carente nell’occupazione nei servizi e – aspetto correlato – nell’occupazione femminile. Occorrono politiche (servizi, in primo luogo) per la famiglia e per la conciliazione vita-lavoro, che consentano di liberare il potenziale dell’occupazione femminile, coniugandolo con la possibilità, economica e pratica, di avere il numero di figli desiderati.

Come si può fare?

Se il lavoro di cura attualmente svolto senza remunerazione all’interno della famiglia venisse esternalizzato, il Pil aumenterebbe di un terzo. Questo dà l’idea del potenziale inespresso di ricchezza e occupazione nei servizi che la bassa occupazione delle donne nasconde. E i servizi di cura, assieme alla flessibilità dei tempi di lavoro, sono proprio quelli che consentono di conciliare lavoro e figli. Molti altri paesi europei hanno tassi di occupazione femminili simili a quelli maschili, e tassi di fecondità molto più elevati. Questi due aspetti, assieme a carriere lavorative più lunghe, garantiscono la sostenibilità dei sistemi pensionistici.

Dopo quota 100 servono pensioni eque e sostenibili. Parla Sacchi (Inapp)

“Aver deciso di non toccare Quota100, allontanando lo spettro di nuovi esodati, non ha tuttavia risolto il problema di nuovi interventi sulle pensioni, che certamente entreranno nell'agenda politica. La strada migliore sarebbe progettare subito un ammorbidimento dello scalone che arriverà tra il 2021 e il 2022, ripristinando elementi di quella flessibilità tolta dalla riforma Fornero". Ne è convinto Stefano Sacchi,…

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