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È la settimana di Vladimir Putin, o forse quella che il leader russo vorrebbe utilizzare per lanciare il Paese nella Fase 2 internazionale post-Covid. Oggi, 22 giugno, nella ricorrenza dell’operazione Barbarossa (Unternehmen Barbarossa), l’invasione dell’Unione Sovietica da parte dell’esercito nazista, diversi giornali internazionali – in Italia il Corriere della Sera, per esempio – riprendono un saggio che il presidente russo ha pubblicato quattro giorni fa sul National Interest. Spiega Paolo Valentino, esperto cronista diplomatico del CorSera (ora corrispondente dalla Germania), che l’estratto è arrivato in via Solferino direttamente dall’ambasciata russa in Italia, che ne raccomandava caldamente la sua ri-pubblicazione. Perché? Perché attorno alla ricostruzione storiografica made in Putin della Seconda guerra mondiale passa parte della forza che il leader del Cremlino intende esprimere, sia davanti alle collettività, sue e globali, che davanti agli altri paesi.

La “[The] Real Lessons of the 75th Anniversary of World War II” (titolo del saggio) per Putin è questa: l’Occidente sta facendo in modo di cancellare dalla memoria il ruolo svolto dalla Russia nello sconfiggere il nazi-fascismo – è un revisionismo storico, secondo lui, studiato per erodere il ruolo di Mosca nel panorama internazionale passato, presente e futuro. S calca sulla russofobia anche per spiegare che molte delle sue iniziative – l’avventurismo internazionale che l’ha portato a ricevere altri sei mesi di sanzioni post-Crimea dall’Ue, per esempio – sono mal interpretate dall’Europa e dagli Stati Uniti. Anzi, peggio: sono utilizzate come vettori per veicolare una politica estera ostile alla Russia. Un po’ sindrome di accerchiamento, un po’ necessità narrativa da spendere soprattutto all’interno del paese, sui proprio cittadini.

NAZIONALISMO, REFERENDUM E PARATE PER LA VITTORIA

Il nazionalismo è uno dei temi putiniani, e niente di meglio della vittoria sul male supremo della storia globale, il nazismo, può essere più utile. Sul pezzo per il National Interest ci sono citazioni di Churchill e Roosevelt che ringraziano e ingraziano la Russia, ne elogiano la capacità militare, la forza e la determinazione contro le unità di Hitler. Ottimo fertilizzante per l’ethos di un Paese che tra tre giorni si troverà a votare per un referendum sul suo presidente (urne aperte dal 25 giugno al 1 luglio). Si deciderà infatti una riforma costituzionale che potrebbe permettere a Putin di restare alla guida del Cremlino fino al 2036. Stracciando il limite del doppio mandato, potrebbe avere davanti altri 16 anni di potere – arrivando agli 84, un’età in cui potrebbe uscire di scena con quasi quarant’anni di storia russa sulla spalle. “Ancora non ho preso una decisione. Non escludo la possibilità di candidarmi se la Costituzione lo consentirà. Vedremo”, ha detto il presidente in un documentario (qui starebbe bene l’aggettivo “propagandistico”) trasmesso domenica 21 giugno dal canale tv statale Rossija 1.

Inizialmente, quando dai legislatori del suo partito partì l’idea di modificare la costituzione e permettere il prolungamento della sua era, Putin fingeva indifferenza. Quasi fastidio. Diceva che non ne era affatto convinto, che sembrava una forzatura, che non ne avevano parlato con lui prima di procedere. Poi il Parlamento ha votato, la Corte costituzionale approvato, e il referendum ha preso la via dei fatti. Il mood è cambiato: la postura fredda costruita in precedenza ha lasciato spazio a una primavera possibilista. Tra poche settimane il nodo si potrebbe sciogliere, ma intanto il Cremlino si è assicurato non solo il sostegno delle grandi aziende, ma anche che veicolino voti a favore.

Intanto il 24 giugno (giorno prima dell’inizio delle votazioni: la data merita attenzione) Mosca celebrerà la festa della Vittoria. L’anniversario del 9 maggio è saltato causa coronavirus, ma Putin ha spinto perché si festeggiasse comunque, spostando la data ma mantenendo alto il livello internazionale dell’incontro. Presenti pochi dei leader mondiali invitati a causa del coronavirus, ma in tanti hanno inviato un messaggio di vicinanza, di presenza metafisica per una parata a cui da anni il potere putiniano ha affidato molta narrazione. In ballo, di nuovo, l’uso della Seconda guerra mondiale come strumento per sollecitare una risposta patriottica, nazionalista, culturale e sociale tra i cittadini russi.

POLITICA ESTERA PER MANTENERE IL POTERE INTERNO

Il giorno precedente, il 23 giugno, in Russia riapriranno palestre, piscine e centri sportivi, con un guizzo contro il virus che dal punto di vista narrativo serve a sottolineare (in una striscia da Triplete, 22, 23, 24 giugno) l’efficienza e la forza russa tra passato, presente e futuro. Dall’operazione Barbarossa alla riscossa internazionale contro il virus. Sempre il 23, per altro, è in programma la riunione tra ministri degli Esteri di India e Cina in cui il russo Sergei Lavrov farà da pacere – pro-cinese, non fosse altro per disturbare l’allineamento statunitense dietro agli indiani, quello invece in funzione anche anti-cinese – proiettando Mosca su un altro grande dossier internazionale e confermando il ruolo di potenza eurasiatica di riferimento (attese anche in questo caso ampie celebrazioni narrative sui canali media del Cremlino).

Ultimamente la politica estera di Putin s’è scontrata contro un muro, ha scritto Jackson Diehl, vice-responsabile delle pagine editoriali del Washington Post. Problemi in Sira e Libia – di carattere politico (col regime) i primi, di tipo militare i secondi, con i suoi proxy costretti a ritirarsi. Problemi in Ucraina, dove il nuovo presidente non ha seguito le intenzioni di Mosca nel chiudere la partita. Tre ambiti delicati, in cui la Russia ha investito soldi, faccia e sforzi, anche politici – di valore interno. Non è facile far digerire queste situazioni ai cittadini che sentono il peso della crisi economica, mentre soffrono la pandemia e tutto ciò che ne consegue (anche sul piano economico, chiaramente). E l’allineamento con Pechino, per quanto scenografico, nasconde enormi insidie per il futuro.

ANCORA TRUMP

La settimana di Putin è inizia già ieri, con la ripresa del negoziato sul trattato nucleare New Start, elemento che dal punto di vista politico-diplomatico vale nettamente di più che da quello militare. Il dialogo con Washington è imprescindibile per Putin, e sebbene Donald Trump abbia sempre mostrato volontà di apertura – in parte affascinato come tanti dal leader forte russo, in parte per esigenza pensata dai suoi strateghi di non far finire la Russia sotto Pechino – nel corso della sua presidenza di decisioni operative anti-Russia ne sono state prese diverse. Resta che, secondo Diehl è proprio la vittoria di Trump a novembre quel che servirebbe a Putin, adesso molto di più che nel 2016: un metodo per restare aggrappato al presente, senza diventare sussidiario cinese.

Non è un caso se nel saggio del Nation Interest, tra le affermazioni più controverse – oltre al diritto di invadere i Baltici – c’è un’accusa  inedita alle potenze europee, Francia e Regno Unito, di aver tessuto “trame segrete” con il Terzo Reich, per determinare (a latere degli accordi di Monaco del 1938) la fine della Cecoslovacchia oltre alla cessione di Sudeti. Documenti di cui il leader russo parla come imbarazzo storico per Parigi e Londra che non vorrebbero per questo renderli pubblici. Tutto utile per bypassare il patto Molotov-Ribbentrop, descrivendo come i sovietici siano stati soltanto “l’ultimo dei paesi che fecero accordi con Hitler”.

Di più, si parla anche di una Varsavia complice tedesca. E dunque, oltre all’accusare l’Occidente di “deformare” la storia – riferimento: il documento dell’Europarlamento in cui si denuncia che il patto di non aggressione nazi-sovietico fu il la per la spartizione della Polonia, su cui Mosca ha già mosso da tempo la disinformatia. Putin cerca di separare la storia europea da quella americana. I primi collusi coi nazisti, i secondi – come la Russia – salvatori del mondo. La disarticolazione dell’asse transatlantico è uno dei temi del putinismo d’altronde, e non si poteva escludere il secondo conflitto mondiale da questa narrazione.

Così Putin vuole una Russia mondiale (e il potere fino al 2036)

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