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In Libano, chi critica Hezbollah viene bannato – dai media, come dalla vita politica e sociale. Il partito/milizia sciita, collegato all’Iran, ha acquisito un potere enorme all’interno del Paese. È uno Stato nello Stato che esprime rappresentanti istituzionali fino alla presidenza. Ma si muove come una mafia. L’ultimo caso eclatante di come funzioni questo sistema riguarda l’ambasciatrice americana, convocata nella serata di domenica dal ministro degli Esteri libanese perché in un’intervista televisiva concessa ad al Hadath, media saudita (dunque sul lato opposto e conflittuale con l’Iran e con Hez) aveva criticato gli Hezbollah – organizzazione che per Washington è un gruppo terroristico senza distinguo tra l’ala militare che ha ucciso il responsabile di svariati attentati e crimini vari e gli uomini che siedono nelle istituzioni libanesi). Il capo della diplomazia libanese vedrà l’ambasciatrice Dorothy Shea oggi, alle 15, per comunicarle il rammarico per le sue parole, che intanto sono state bannate da una corte giudiziaria di Tiro e non potranno essere messe in onda (l’intervista era stata registrata proprio per evitare le sorprese della diretta).

“[Hezbollah] ha sottratto miliardi di dollari che dovevano finire nelle casse dello stato in modo che il governo potesse fornire servizi di base alla gente”, ha detto Shea, e “ha impedito riforme economiche di cui il Libano avrebbe disperato bisogno”. Accuse pesanti, se si pensa che la crisi economica libanese è talmente profonda da tirarsi dietro anche la Siria, paese in cui – su chiamata dell’Iran – Hezbollah ha costruito una continuità di potere intervenendo per salvare il regime e cercando di costruire potenziali strade per arricchirsi. Shea parla contro Hezbollah, ma va anche contro i gruppi cugini iracheni così come contro i Pasdaran – prodromo iraniano dei partiti/milizia con cui Teheran ha costruito il sistema per creare la sua influenza geopolitica nella regione. Il giudice di Tiro scrive nella sentenza che le parole dell’ambasciatrice “vogliono mettere i libanesi gli uni contro gli altri”, ma la crepa è ormai aperta e non servirebbero nemmeno i commenti del dipartimento di Stato americano – che replica stizzito al “tentativo patetico” con cui Hezbollah vorrebbe mettere a tacere i media libanesi.

Il gruppo vive come una mafia, porta benefici per l’interesse di ottenerne altri e mantenere consenso (che significa potere), ma tende a combattere tutti coloro che non vogliono sottomettersi. E la crisi economica, dovuta anche alla corruzione endemica di cui Hezbollah è responsabile, ha ormai aperto a un’instabilità interna profonda. Hezbollah ha incolpato Washington per la recessione economica, accusando gli Usa di impedire ai dollari di entrare nel paese (clamorosamente a corto di liquidità), ma la scusa tra i cittadini meno indottrinati fatica a circolare. L’emittente locale LBC ha dichiarato che non si atterrà alla sentenza, definendola una decisione “non vincolante e inapplicabile” che viola la libertà di stampa e non vuole mettersi contro i libanesi. La AFP raccoglie un commento dal ministero di Giustizia: il giudice di Tiro è andato oltre ai suoi poteri.

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