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“Non riesco a trovare nessun argomento convincente contro il Mes. Solo falsità, tutte regolarmente smentite”. Enrico Letta, ex presidente del Consiglio oggi professore a SciencesPo di Parigi, osserva da Roma la lenta ripresa post pandemia. Preoccupato per la trappola nella quale il Paese si è messo da solo rifiutando il prestito senza condizioni del Meccanismo europeo di stabilità che ci permetterebbe di trovare risorse ad un costo molto inferiore rispetto ai titoli di stato nazionali, Btp Italia compreso. Il rischio è che, passata l’emergenza, ci si dimentichi della sanità. Che si rinunci a utilizzare in modo utile i 36 miliardi del fondo, ad esempio – propone – costruendo mille centri di telemedicina nei piccoli centri lontani dagli ospedali. Il tema Mes è passato in secondo piano con la proposta della Commissione sul Recovery Fund. Un errore.

Cosa c’entra il fondo proposto dalla Commissione con la necessità di accettare il Mes?

Il giorno dell’accordo franco tedesco sul piano è stata fatta una scelta sostanziale tra due opzioni. Il recovery plan si poteva fare a 19 o a 27. Il risultato è stato un compromesso: i tedeschi hanno accettato un piano in linea con la proposta francese, italiana e spagnola purché a 27, i francesi che erano orientato a limitarlo ai Paesi dell’euro ma hanno accettato di estenderlo a tutti i membri dell’Unione pur di ottenere un piano ambizioso. Tra gli effetti ci sono tempi più dilatati, anche perché il finanziamento del piano dovrà avvenire attraverso l’emissione di bond. Quindi i fondi arriveranno dal primo gennaio, in coincidenza con il nuovo ciclo di bilancio europeo che inizia nel 2021. Una dilatazione dei tempi che è gestibile, ma diventa complicata soprattutto per chi, come noi, ha esigenze immediate di spesa. Serve una soluzione ponte da qui al primo gennaio che sia efficace.

Di che tipo?

Ci sono tre strade. Ci sono le misure nazionali, poi l’utilizzo dei residui del ciclo di bilancio europeo che si sta per concludere. La terza è il Mes, che sono soldi subito disponibili.

Ma sul Meccanismo europeo di solidarietà restano forti resistenze in Italia…

Francamente non riesco a capire, non ho trovato alcun argomento convincente per non usare il Mes, solo falsità, tutte regolarmente smontate.

Tipo?

Accusare il Meccanismo di essere colpevole delle politiche di austerità in Europa. Un po’ come accusare i tecnici del Tesoro dei tagli decisi dalla politica attraverso le leggi finanziarie. Il Mes applica la volontà politica dei governi e gli errori non sono da imputare ai tecnici del Meccanismo, compreso il caso greco.

Di chi è stata la colpa? Angela Merkel ha chiesto scusa per gli errori commessi con Atene…

È stato il risultato di uno scontro intra tedesco, tra Merkel e Wolfgang Schäuble (allora ministro dell’Economia tedesco, ndr). La cancelliera era più incline a sostenere la linea franco italiana di tenere la Grecia dentro, Schäuble aveva deciso di scaricare la Grecia. Pur di tenere Atene nell’euro passò l’aiuto e l’austerità. Non fu una conseguenza del Mes di per sé. Poi ci si dimentica che il Mes ha fatto operazioni di successo, ad esempio con la Spagna. Un piano perfetto che ha tenuto in vita il sistema finanziario spagnolo senza condizionalità, grazie a un accordo politico tranquillo. È la guida politica che conta, se è sbagliata il piano non riesce. Ora, tra assenza di condizionalità, maturità lunga e tassi di interesse allo 0,1, il quadro politico è chiaro. Non dimentichiamo poi che il Mes è un accordo intergovernativo e non uno strumento comunitario. La governance prevede che i grandi azionisti come l’Italia abbiano diritto di veto.

Messaggi che in Italia non sono passati…

Argomenti che smentiscono la retorica sul Mes, sbagliata perché pensata ad hoc per costruire un orco cattivo esterno. Quando si costruiscono retoriche così ci si impiglia nelle trappole che si stanno fabbricando. Sta succedendo da noi, con un dibattito che si è acceso solo in Italia.

Allora perché non tutti i Paesi sembrano interessati al Mes?

La risposta fa male, ma la do lo stesso. Mentre dieci anni fa eravamo in testa al gruppo di coda dell’Unione europea, oggi siamo in coda al gruppo di coda. Lo spread resta il termometro della fiducia dei mercati e ci dice che spagnoli e portoghesi sono messi molto meglio di noi. Il fatto che gli altri stati europei stiano titubando è legato al fatto che possono tutti approvvigionarsi sul mercato a tassi simili a quelli del Mes. Noi no, come dimostrano i Btp Italia. Se ci finanziamo in modo autonomo lo facciamo come peggior emittente europeo.

L’unica condizione dell’Europa sul Mes è la destinazione alle spese sanitarie dirette e indirette. Un vincolo accettabile? 

Abbiamo una sanità distrutta, in particolare quella lombarda. In futuro avremo una maggiore richiesta di sanità e più welfare. Con i fondi del Mes si potrebbe ad esempio finanziare un piano per mille comuni italiani rurali. Costruire in quelli a più di un’ora di distanza dall’ospedale più vicino un laboratorio di telemedicina diagnostica. Si può fare in tempi brevi con un effetto straordinario in particolare per la popolazione anziana, che ha sofferto molto per il coronavirus. Avrebbe un effetto straordinario, anche nella modernizzazione del Paese. Per un piano del genere servono risorse europee, utilizzando esclusivamente soldi italiani non ce la faremmo. Ora giustamente l’attenzione di sta concentrando sull’Economia, ma la sanità una volta venuta meno la pressione della pandemia rischia di finire in un angolo ed è un errore.

Il recovery plan e anche il piano franco-tedesco pongono l’accento su una maggiore integrazione delle politiche fiscali. È un dato positivo?

Nel piano della Commissione ci sono tre rivoluzioni. Una è appunto la maggiore integrazione delle politiche economiche ed è quello che l’Italia auspica da anni. La seconda rivoluzione è l’emissione di un bond da parte della Commissione che andrebbe a sostituire il Bund tedesco come bene rifugio e la cui raccolta sarebbe redistribuita secondo il criterio del bisogno. Quindi in questo momento le risorse andrebbero in primo luogo a Italia e Spagna. Poi la tassazione dei giganti del Web. Sono tre avanzamenti che hanno una portata pari al “wathever it takes” di Mario Draghi. Sempre che siano applicati. Ci saranno resistenze degli stati sulla proposta della Commissione e da parte nostra c’è bisogno di una grande capacità di lavorare e mantenere unito il quartetto Germania, Francia, Italia e Spagna. Impossibile bloccare questi quattro paesi se restano uniti.

È giusto che ci sia una regia europea sull’utilizzo dei fondi?

Io mi preoccupo che si sia una regia italiana prima che europea. Diciamo la verità, il nostro Paese negli ultimi venti anni ha perso la capacità di pianificare le spese, come dimostra la gestione disastrosa dei fondi europei. Siamo stati capaci di tagliare, ma non di pianificare e programmare spese. Bisogna cogliere l’opportunità dei fondi europei per elaborare una nuova capacità di spesa e per fare questo serve la collaborazione di tutti. Governi e regioni devono dotarsi delle migliori professionalità per farlo poi, da parte della politica, serve la capacità di mantenere una sostanziale unità nazionale. Senza rinunciare alle rispettive posizioni, come ha giustamente sostenuto Antonio Tajani recentemente.

Ci si chiede se anche la riduzione delle tasse debba fare parte del piano…

Io credo fortemente alla leva fiscale, le tasse devono essere abbassate se vogliamo fare vivere il Paese e ridurre l’evasione fiscale.

Sul dibattito di questi giorni pesa la presa di posizione del presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Io credo che proprio in questa fase sia importante riscoprire la dinamica virtuosa della concertazione. Ho sentito dire cose intelligenti e vedo voglia di protagonismo da parte delle Parti sociali, penso a Maurizio Landini, Annamaria Furlan, Bonomi, ma anche Confesercenti, Confartigianato. Il post coronavirus deve servire anche a riscoprire la centralità dei corpi intermedi. Devono ritrovare il ruolo perso negli ultimi cinque anni. Solo così si rimette in pista il Paese.

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