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Il Covid-19 non ferma la corsa allo Spazio. L’ultimo colpo in ordine di tempo è arrivato da Washington, dove Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per promuovere la possibilità di sfruttare commercialmente le risorse della Luna e non solo. È normale conseguenza della “grand strategy” spaziale degli Stati Uniti, ma per tutti, “Europa e Italia compresa, passo obbligherà a ripensare gli schemi di politica internazionale con cui abbiamo vissuto negli ultimi tre decenni nel settore aerospaziale”. Lo spiega a Formiche.net Marcello Spagnulo, ingegnere e analista aerospaziale, autore del libro “Geopolitica dell’esplorazione spaziale” (Rubbettino, 2019) che contiene un intero capitolo dedicato al tema del futuro sfruttamento delle risorse extra-terrestri.

A suo parere, come si deve leggere l’ordine esecutivo di Donald Trump?

Diciamo subito che un “Executive Order” è una direttiva del presidente, una sorta di “instant law” che indirizza le operazioni del governo federale, e non richiede l’approvazione del Congresso. Questa è la forma. Ma qual è, in questo caso, la sostanza? Gli Stati Uniti guardano al futuro del pianeta con la loro prospettiva strategica di almeno trent’anni di distanza da oggi e si muovono di conseguenza, per preservare e aumentare la loro potenza geopolitica e la loro sfera di influenza terrestre.

In che modo?

Mettiamo insieme i tasselli principali: nel 2015 la Nasa paventa un graduale ridimensionamento della Stazione spaziale internazionale Iss per concentrarsi sulla Luna e oltre; nel 2017 il neo eletto presidente firma la Space Policy #1 chiamando a una nuova partnership con i privati; l’anno dopo annuncia la creazione di una US Space Force; e arriviamo a questi giorni. A marzo, la Nasa annuncia di aver cambiato il proprio piano spaziale dividendo in due il programma Artemis: da un lato punta a un allunaggio diretto nel 2024 e dall’altro realizzerà il Gateway, la mini stazione spaziale in orbita lunare.

E adesso?

Adesso, con l’Executive Order, Trump lascia campo libero all’iniziativa privata per lo sfruttamento delle risorse dello Spazio, ampliando così la libertà d’impresa fuori dai confini terrestri. La “Grand Strategy” Usa si disvela man mano con un cambio di passo sostenuto da esigenze geopolitiche. Il governo americano sostiene una nuova generazione di aziende che beneficiano degli impianti della Nasa, ma faranno evolvere le operazioni spaziali da una fase di “esplorazione” a una di “utilizzo”, dando così forma a un nuovo periodo di superiorità tecnologica e commerciale americana.

Che significa, concretamente, permettere la commercializzazione della Luna?

Il significato a mio avviso è nel messaggio politico più che nell’essenza tecnica o commerciale. Ritengo che sarà l’imprenditoria privata a definire i luoghi e le forme della “commercializzazione” delle risorse extra-terrestri. I governi potranno solo favorirne lo sviluppo ammantando con l’abusato termine “New space economy” il loro sussidio. Di fatto, gli Usa disvelano senza ipocrisia ciò che stanno facendo, cioè de-regolamentare il settore. Politicamente, permettere la commercializzazione della Luna significa dire ai privati di realizzare, con l’occhio vigile del governo, quei progressi tecnologici funzionali ai loro obiettivi commerciali e, aggiungerei, ai requisiti strategici del Paese.

E quali sono i risvolti geopolitici allora?

La competizione non va vista solo a livello di settore, solo nello Spazio per intenderci. È un contesto competitivo tra nazioni a livello totale: economico, industriale e politico. Occorre rendersi conto che pragmatismo e realpolitik si celano dietro l’iconografica visione della conquista dello Spazio, dello sbarco sulla Luna o su Marte. In questi anni, assistiamo negli Stati Uniti all’inizio di una nuova era in cui alcuni multimiliardari, beneficiando degli investimenti pregressi della Nasa e dell’appoggio governativo, stanno investendo del tutto lecitamente i loro capitali per progettare nuove missioni spaziali. Bisognerebbe chiedersi se lo facciano per inseguire davvero il sogno di colonizzare Marte oppure per fare in modo che le future priorità strategiche nello Spazio siano controllate da loro o dal governo del loro Paese.

Tra le prime reazioni all’Executive Order di Trump c’è stata quella russa, piuttosto piccata. Perché?

Nel vostro articolo sul tema, l’analisi della forte reazione russa è stata ben evidenziata. Il tutto si collega all’evoluzione geopolitica globale sul pianeta. La strategia spaziale delle superpotenze esula dalle loro contingenti alleanze terrestri e gli Stati Uniti intendono portare il baricentro delle loro operazioni spaziali a un livello superiore a quello dei loro avversari, fino nello Spazio profondo. Questo mette in crisi il “modello” cooperativo su cui si fonda la Iss e, probabilmente, la reazione di Mosca tende anche mettere in tensione i diversi partner della Stazione, Usa in primis, ma pure Europa e Giappone, proprio per far loro scoprire le carte. È naturale che la proiezione strategica degli Usa, che coniuga l’imprenditoria privata per il predominio commerciale e la politica governativa per la sicurezza nazionale, preoccupi Mosca perché cambia il paradigma di cooperazione spaziale adottato sino ad ora.

Come si inserisce la Cina in questa nuova forma di corsa spaziale?

Direi che è proprio l’attivismo, terrestre ed extra-terrestre, di Pechino alla base della rapida evoluzione cui stiamo assistendo negli Stati Uniti. Si deve considerare che non solo le nuove tecnologie militari trovano impieghi civili, ma che oggi anche quelle commerciali, molto più rapidamente che nel passato, diventano leva per un riarmo competitivo e un fattore di crescita economica. Può non piacere scriverlo, ma è la realtà. E proprio il dualismo Washington-Pechino che vediamo manifestarsi nel contesto globale in tutte le forme di contrasto (politico, economico e militare) è alla base di questa che possiamo definire una “nuova forma di corsa spaziale”.

Ma i cinesi hanno davvero le capacità per stare al passo degli americani?

Pechino è molto abile nel porsi come un attore spaziale moderno, progettando missioni spaziali interplanetarie che sono considerate dall’opinione pubblica come degli strumenti di conoscenza scientifica e quindi meritevoli di essere realizzate, ma che nel contempo permettono al Paese anche di acquisire delle incredibili capacità tecnologiche da impiegare per usi strategici. Sarà interessante vedere come il capitalismo politico cinese – ben descritto nel bellissimo libro di Alessandro Aresu “Le potenze del capitalismo politico” – si adatterà a questa evoluzione capitalistica statunitense nello Spazio.

Concludiamo con l’Europa, e con l’Italia: che ruolo possono avere in questo contesto che lei ha delineato?

Nel corso della recente ministeriale dell’Esa, sono stati stanziati per il triennio 2020-2022oltre 14 miliardi di euro di cui circa due miliardi per il programma “European exploration programme” cioè la partecipazione alla Iss, alla missione Mars Sample Return e al Gateway. Come si evince, praticamente tutto il programma europeo di esplorazione umana e robotica è legato a doppio filo alla Nasa e alla sua strategia. E questo rileva una certa fragilità al di là delle dichiarazioni di facciata dell’Esa. Detto ciò, le ultime due mosse americane, cioè il piano Nata di separare il Gateway dallo sbarco sulla Luna e l’Executive Order di Trump, potrebbero risultare spiazzanti.

Che intende?

Della Iss abbiamo già detto. Il contributo europeo al Gateway includeva il modulo I-Hab (di grande interesse italiano) e in misura minore del modulo di servizio Esprit. Queste due attività però erano legate alla logistica dello sbarco lunare, ma ora che la Nasa intende andare direttamente sulla Luna senza usare il Gateway si modifica tutto il quadro.

Un passo indietro?

Personalmente, non credo che il Gateway sarà abbandonato, anzi. Sebbene sia mediaticamente meno “appealing” rispetto a uno sbarco sulla Luna, la sua strategicità per la sicurezza nazionale dovrebbe restare immutata. Per concludere vorrei sottolineare un’altra potenziale conseguenza che vedo nell’Executive Order di Trump.

Prego.

Sono gli enti iper-burocratici, come è diventata l’Esa. Rischiano una progressiva marginalizzazione perché non vedo una SpaceX o una Blue Origin fare accordi di cooperazione con agenzie quanto piuttosto con aziende in grado di fornire tecnologie competitive. In questo caso, la nostra industria avrebbe livelli di eccellenza da poter mettere sul piatto, ma per farlo occorre una strategia politica di lungo periodo e un accorto livello di sostegno economico che, per esempio, non impegni ingenti risorse esclusivamente in ambito Esa.

Trump, la Cina e la (nuova) corsa allo Spazio. Parla Spagnulo (Marscenter)

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