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Col sangue di centinaia di uomini si sta scrivendo la resa dei conti tra i nuovi ruler e il vecchio regime siriano? Rastrellamenti, esecuzioni sommarie e vendette tribali stanno trasformando le province costiere di Latakia e Tartus in un campo di battaglia. Sono le roccaforti della minoranza alawita, l’11% della popolazione siriana, dove i fedelissimi di Bashar al-Assad si nascondono, riorganizzandosi sotto la guida del generale Ghiath Dallah, ex alto ufficiale della dissolta Quarta Divisione — simbolo della guerra assadista contro i ribelli, accusata di altrettanti crimini brutali contro le opposizioni.

Il bilancio della rivolta, esplosa giovedì con un’imboscata a una pattuglia governativa nei pressi di Jableh, si aggrava di ora in ora. Il nuovo governo, insediato dopo la fuga di Assad lo scorso dicembre, ha risposto con una repressione feroce. I villaggi di Sheer, Mukhtariyeh e Haffah sono stati presi d’assalto: 69 uomini uccisi sul posto. A Baniyas, il massacro si è spinto anche oltre, con 60 morti, tra cui donne e bambini.

Vendetta e repressione

“Li hanno uccisi uno per uno, senza toccare le donne”, racconta una fonte all’Osservatorio siriano per i diritti umani all’Associated Press. Tra i responsabili, alcune fazioni interne agli ex ribelli, note per le loro visioni radicali, come divisione Hamza e della divisione Sultan Sulayman Shah — entrambe legate ai prolungamenti turchi in Siria.

Video diffusi sui social mostrano corpi accatastati, case date alle fiamme, rastrellamenti casa per casa. A Qardaha, città natale di Assad, le forze governative hanno aperto il fuoco nei quartieri residenziali con mitragliatrici pesanti. Nessuno esce di casa.

Damasco ha imposto il coprifuoco a Latakia e Tartus, mentre colonne di blindati e unità speciali del nuovo esercito sono state inviate sulla costa. “Consegnatevi prima che sia troppo tardi”, ha avvertito il presidente ad interim Ahmad al-Sharaa, ex leader del gruppo islamista Hayat Tahrir al-Sham (HTS), ora alla guida del Paese. Al-Sharaa, un tempo noto con il nome de guerre “Mohammed al-Joulani”, qaedista alla guida di un gruppo terroristico, è stato rapidamente riqualificato dalla Comunità internazionale. Su di lui la scommessa della stabilizzazione di una guerra che ha fatto da motore a una serie di crisi in vario modo collegate, dal 2011 a oggi.

Non sorprende che il metodo usato da certi gruppi parte del sistema di potere sia brutale come quello assadista, con le responsabilità che non sono legate unicamente alla sua cerchia ristretta. Quelle fazioni radicali interne alla galassia dei rivoluzionari considerano l’evoluzione del suo potere — sostanzialmente verso una linea più pragmatica, necessariamente moderata — come un tradimento ai principi della rivoluzione, ideologizzata come la creazione di uno stato islamico ultra-conservatore.

Lealisti in armi e il pericolo settario

La situazione è complicata: le fazioni, sia le radicali sunnite che quelle alawite (sciite), cercano di sfruttare il contesto — e il settarismo — a proprio vantaggio, sostanzialmente per destabilizzare la leadership di al-Sharaa. Il Consiglio militare di Dallah ha lanciato un appello alla resistenza armata contro quello che definisce “il regime estremista e terrorista di al-Sharaa”. Secondo Damasco, dietro l’offensiva ci sarebbero Iran, Hezbollah e la Russia.

Si muovono anche gli equilibri delicatissimi che interessano gli attori esterni. L’Iran ha investito uomini e fondi per rendere la Siria una propria roccaforte, ma la sconfitta assadista ha fatto crollare i piani, connessi a quelli di Hezbollah. La Russia ha ancora due basi — sebbene ridimensionate — nelle aree un tempo controllate dai governativi: postazioni fondamentali, che garantiscono a Mosca l’affaccio sul Mediterraneo. La vittoria dei rivoluzionari — contro cui russi, iraniani e miliziani libanesi hanno combattuto per anni — complica piani di carattere strategico.

Il rischio è che la violenza degeneri in una spirale di vendette settarie, sia legate a ragioni interne, anche locali/tribali, sia agli interessi dei player internazionali. “Quelli di Hts stanno uccidendo tutti, bambini, donne. Entrano nelle case e sparano”, dice un ragazzo alawita di Latakia, citato dall’AP. Da Idlib, roccaforte jihadista, sarebbe arrivato l’appello alla jihad contro gli alawiti.

Intanto, fuori dalla base russa di Hmeimim, a Latakia, decine di persone hanno chiesto protezione a Mosca. Il Cremlino si dice “impegnato nella de-escalation”, mentre la Turchia avverte: “Colpire le forze di sicurezza in questo momento critico minaccia la stabilità della Siria”.

A Damasco, intanto, centinaia di persone si sono radunate sotto la pioggia in Piazza degli Omayyadi, chiedendo la fine del conflitto. “Non vogliamo altre guerre”, dice un attivista contattato via X: “Vogliamo essere un solo, unico, unito popolo siriano”. Ma la realtà è un’altra: la Siria è ancora una polveriera. E la costa mediterranea, per anni feudo indiscusso di Assad, è il suo punto più fragile.

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