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“Quello che è successo nei giorni scorsi ci conferma che Khalifa Haftar è un dittatore, pensa come un dittatore e si muove come un dittatore: controlla un territorio, la Cirenaica, in modo militarista e imponendo una totale assenza di libertà, continue censure e abusi dei diritti umani; un sistema dove la corruzione è endemica e dove pur di perseguire i propri interessi ha dato spazio al mondo dell’estremismo salafita”. Federica Saini Fasanotti è una storica della Brookings Institution, profonda conoscitrice delle dinamiche libiche: in una conversazione con Formiche.net delinea il quadro attuale e scenari per la Libia del futuro.

Alle 21 di lunedì 27 aprile, il signore della guerra dell’Est libico è andato in onda da una televisione amica per dichiarare che gli accordi Onu per la rappacificazione politica del Paese non sarebbero stati più validi – un remake di quanto detto già nel 2017. Nella sua dichiarazione, Haftar ha confermato l’ambizione di guidare la Libia attraverso un regime militare – un remake anche questo, di quanto fatto nel 2014, quando lanciò l’operazione Dignità riscuotendo dai libici più ilarità che consensi. Tant’è che le fonti che parlano ai media da Tripoli non sono affatto sorprese della mossa.

Anche perché è arrivata in un momento critico, in cui il generale ha perso terreno e l’idea di conquistare la capitale sembra ormai in stallo, e sta perdendo consensi anche nelle sue roccaforti. Tutto nella fase iper-critica aperta dalla possibilità del propagarsi del coronavirus: alcuni medici nei giorni scorsi hanno denunciato come la situazione fosse delicatissima a Bengasi, hanno messo in evidenza come la Libia sia in generale impreparata dal punto di vista sanitario. Ne hanno parlato sui social media e in televisione, poi sono scomparsi, mentre la milizia haftariana Lna diffondeva un editto in cui vietava a chiunque di trattare l’argomento: affrontato solo tramite le proprie dichiarazioni ufficiali.

FAGLIE NELL’HEARTLAND HAFTARIANO

“Il modello di stato che Haftar offre non è credibile, di questo bisogna prendere atto, non delle sue dichiarazioni”, continua Fasanotti: “Bengasi e Derna (due delle principali città della Cirenaica, ndr) non sono pacificate, ma sedate. Haftar le ha riconquistate (dall’occupazione di milizie anche affiliate allo Stato islamico, ndr), e ha forzato un patto sociale con quei cittadini basato sulla sicurezza, ma ora, dopo diversi anni, sono quegli stessi cittadini che chiedono di più. Bengasi, la sua teorica roccaforte, è ancora distrutta: l’ha rasa al suolo per prenderne il controllo, ma non ha mostrato interesse nella riqualificazione. È mancata l’attenzione al bene dei cittadini”.

L’esperta della Brookings evoca anche un secondo peso sulla scarsa presa che ormai il capo miliziano ha con le collettività della sua regione: “Haftar ha mandato a combattere al fronte tripolino dei ragazzini. Soldati inesperti, per rinfoltire le linee, che non erano chiaramente adeguati (al di là dei crimini di guerra evidenti, che si sommano agli attacchi sugli ospedali o alla recente chiusura degli acquedotti a sud di Tripoli). Molti sono morti, e ora le loro famiglie rivogliono indietro i corpi per piangere i propri figli, ma lui non può dare ai suoi cittadini nemmeno questi, perché li ha tumulati in fosse comuni come quelle attorno a Gharyan”. Un modo anche per non diffondere il messaggio di debolezza che quelle perdite avrebbero potuto attivare.

SCARSO CONTROLLO TERRITORIALE

Gharyan, una settantina di chilometri a sudovest di Tripoli, è stato uno dei centri logistici della campagna sulla capitale partita il 4 aprile 2019. Haftar l’ha perso quattro mesi fa, mentre in questi giorni ha praticamente perso il controllo dell’altro grande punto di slancio dell’offensiva: Tarhouna, una cittadina più verso la costa, che negli ultimi dieci giorni è stata accerchiata dalle forze di Misurata (la città-stato che difende militarmente e politicamente il Governo di accordo nazionale d’ispirazione onusiana e con sede a Tripoli). I misuratini stanno cercando di trovare un accordo per la resa, evitando il peso della armi con Tarhouna. “Ora il problema evidente è la catena dei rifornimenti: la Libia è enorme, attaccare la Tripolitania dalla Cirenaica espone è davvero complesso senza un appoggio logistico”, spiga Fasanotti.

“È anche questa – continua – una differenza sostanziale con Gheddafi: Haftar ha fatto una scommessa esistenziale, diventare un nuovo rais, ed è per questo che non vuole arrendersi (nelle ultime ore ha annunciato unilateralmente una tregua per il Ramadan, ma ha anche aggiunto che la sua missione non si fermerà, ndr), ma a differenza di quando Gheddafi lanciò la rivoluzione nel 1969, lui non riesce ad avere leadership e controllo territoriale”. E ora, quel controllo sembra essere indebolito non solo nei termini dell’offensiva, quanto nel suo background: la mossa di intestarsi il paese e stracciare i protocolli Onu non è piaciuta a politici come Agila Saleh, presidente della Camera dei Rappresentati (istituzione politica riconosciuta dalle Nazioni Unite), figura prominente nel tessuto sociale della Cirenaica e in rapporti con l’intelligence saudita.

ATTORI ESTERNI E RESILIENZA LIBICA

Cambierà qualcosa nel sostegno che riceve dall’esterno? “Difficile davvero dirlo, però sta diventando evidente anche a Emirati Arabi ed Egitto (i due principali sponsor haftariani, ndr) che non hanno scommesso sul cavallo giusto. Certo, Haftar prometteva quello che quei Paesi volevano, un modello-Sisi per la preservazione dello status quo, che è diventato ancora più evidente con l’ingresso in campo sul lato di Tripoli della Turchia, che invece quello status quo lo vorrebbe smantellare”.

Il punto torna sui libici, sulle collettività nel Paese. Fasanotti spiega che nel calcolo di Abu Dhabi e Cairo è mancato “di fare i conti con la popolazione, con la sua storia e la sua capacità di resilienza: parliamo di una collettività che è andata per strada nel 2011 e ha massacrato il proprio leader. Per capirci, perché le milizie hanno consenso in Libia? Perché si sono sostituite allo Stato. Perché le milizie si sono compattate il 4 aprile? Perché non avrebbero mai ceduto potere ad Haftar, non avrebbero mai rinunciato alla forza acquisita nel tessuto socio-economico libico”.

SCENARI

Il problema è nel futuro del Paese. In Tripolitania c’è un’oligarchia di milizie che una volta finita la guerra potrebbe rivendicare potere e/o poteri. In Cirenaica non sembra esserci un leader credibile. E in generale non sembrano esserci figure in grado di portare con sé il messaggio di rappacificazione e riunificazione – messaggio tra l’altro gravato dalla presenza di quegli attori esterni e delle loro istanze conflittuali che si sviluppano in Libia come guerra per procura.

“Le regioni sono già morfologicamente e antropologicamente molto diverse tra loro – spiega Fasanotti – e sono una costruzione artificiale italiana. Il federalismo, che sotto Re Idris non ha funzionato per una serie di motivi che gli storici hanno ormai compreso, sarebbe ripetibile su forme simili a quella tedesca o svizzera. Le regioni sono di fatto incompatibili: se manca un leader accettato da tutti, l’unica forma è la grande decentralizzazione. Ma questo temo sia diventato uno scenario superato, ora c’è già chi spinge per la divisione in Paesi”. Spinte che arrivano soprattutto dall’esterno.

Libia, tutti i limiti del rilancio di Haftar. Parla Saini Fasanotti (Brookings)

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