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Donald Trump dà il suo appoggio alle migliaia di manifestanti scesi in piazza, spesso armati e senza rispettare le distanze sociali, per protestare contro il lockdown deciso da governatori democratici per frenare il contagio da coronavirus. “Li ho visti: a me sembrano persone responsabili”, risponde il presidente a una domanda durante il briefing quotidiano sulla diffusione del contagio nell’Unione.

Del resto, che i manifestanti fossero sostenitori di Trump lo si era già capito dai cartelli elettorali branditi durante le manifestazioni e dagli slogan. “Alcuni Stati sono stati troppo duri” nell’adottare misure anti-coronavirus, insiste il presidente, che, prima del briefing aveva mandato tweet a favore della “liberazione” di Stati con governatori democratici, come Minnesota, Michigan, Virginia. Messaggi che, sostengono gli stessi governatori, alimentano proteste come quelle dei giorni scorsi.

L’insistenza di Trump per l’allentamento delle misure contro la diffusione del contagio corrisponde al desiderio di rimettere in moto l’America, per contrastare recessione e disoccupazione. Tutto ciò avviene mentre i contagi nell’Unione hanno superato i 700 mila, con ormai 37 mila vittime – 3.856 nella giornata di venerdì, la seconda più letale dall’inizio dell’epidemia -: sono i dati della Johns Hopkins University. Nel Mondo, le vittime sono oltre 154 mila e i casi di più di due milioni e mezzo.

Nonostante i dati non indichino un rallentamento dell’epidemia, Trump ora spera che le vittime non superino le 60/70 mila, al di sotto della forchetta minima di 100 mila prevista dagli esperti, E twitta a raffica: “Liberate il Minnesota!”, “Liberate il Michigan”, “Liberate la Virginia e salvate il vostro secondo emendamento. È sotto assedio”. Nel caso della Virginia c’è un riferimento alle restrizioni sulle armi imposte dal governatore democratico Ralph Northam.

Proteste, fomentate da commentatori conservatori di radio e tv, ci sono state pure in North Carolina, Kentucky, Ohio e altrove: i manifestanti sbandieravano vessilli confederati e invocavano la tutela delle libertà costituzionali.

Il Texas repubblicano è stato tra i primi Stati – non c’era da dubitarne – ad allentare la stretta, dopo il piano in tre fasi presentato giovedì da Trump. Il governatore Greg Abbott ha annunciato che allenterà alcune restrizioni, anche se tutte le scuole resteranno chiuse sino a fine anno scolastico. Nel Texas ci sono circa 17 mila contagi e circa 400 vittime.

Il piano del presidente prevede una ripartenza in tre fasi dell’economia americana: “Tre passi, uno dopo l’altro, non tutti insieme”, dice Trump, sostenendo che il picco del contagio è stato superato; tra un passo e l’altro dovranno passare almeno 14 giorni. Trump progetta la riapertura dell’America il primo maggio, ma lascia margini di manovra ai governatori: chi lo vorrà potrà bruciare le tappe, 29 Stati su 50 potrebbero agire in tempi più serrati.

Dal canto suo, il presidente spera di potere riprendere i comizi elettorali e intende tenere un discorso alla cerimonie dei diplomi dell’Accademia militare di West Point, dando quindi per assodato che essa si tenga come previsto il 23 maggio.

Trump rinuncia ai “pieni poteri” che aveva rivendicato, rispetto ai governatori. Ma la sua azione ha un’impronta chiaramente elettorale, come dimostrano gli attacchi alla Cina (che avrebbe più decessi degli Usa e li terrebbe celati: non ve ne sono prove e il rapporto attuale è di dieci a uno) e al duo Biden/Obama (che “furono un disastro nel gestire l’influenza suina H1N”, quando “17 mila persone morirono inutilmente e per incompetenza”: altre affermazioni non suffragate da fatti e prove).

Per tutta risposta, Andrew Cuomo, governatore democratico dello Stato di New York, il più colpito, proroga il lockdown delle attività non essenziali al 15 maggio; e impone l’obbligo di mascherina in pubblico. Trump se la prende pure con lui: “Meno parole e più fatti”, “ti abbiamo aiutato e tu non ci hai mai ringraziati”.

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