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Il crash test serve a mettere alla prova una macchina o un camion di fronte a scenari di impatto estremo, eventi sfavorevoli che si spera non accadano mai ma di fronte ai quali occorre che il veicolo sia pronto a difendere chi si trova al suo interno anche nel peggiore degli eventi.
Di fronte a una pandemia globale, è dunque lecito se non obbligatorio chiedersi se la macchina in teoria più resistente che abbiamo a disposizione, l’Unione Europea, sia in grado di superare il crash test posto da una crisi che promette di essere senza precedenti.

A differenza dei due shock petroliferi degli anni settanta e della crisi economico-finanziaria del 2008 (ma anche della crisi del ’29), in questo caso sia la domanda che l’offerta sono state sottoposte in contemporanea a uno shock violentissimo, causato dalla disruption delle catene produttive del valore e dalla chiusura di una buona parte delle attività economiche e dunque una restrizione estremamente significativa sia della capacità delle imprese di vendere sui mercati che di quella dei consumatori di acquistare beni o servizi. È vero che qualora lo shock sia del tutto temporaneo la ripresa potrebbe essere veloce, non essendoci in questo caso uno squilibrio o un malfunzionamento del mercato alla radice della crisi ma un fattore esterno extra-economico, ma la consolazione rischia di essere relativa. Perché, come diceva Lord Keynes, nel lungo periodo rischiamo di essere tutti morti. Non solo perché la pandemia mieterà purtroppo molte vittime ma soprattutto perché chi ne sarà risparmiato potrebbe nel frattempo perdere il lavoro, l’attività, i risparmi, ecc. Purtroppo, neppure politiche keynesiane classiche sono facilmente applicabili. Gli stessi investimenti in opere pubbliche, lo strumento principale suggerito dall’economista inglese e dai suoi epigoni, sono bloccati o rallentati in quanto labour-intensive e dunque poco conciliabili con le necessità attuali di distanza sociale. Difficile prevedere quando si potranno rimettere in moto ma certamente al momento rappresentano un’arma spuntata. Così come armi spuntate appaiono gran parte di quelle attualmente a disposizione dell’Unione europea.

Se bisogna dare atto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di essere stato il leader europeo (almeno al di fuori dei confini italiani) che più velocemente ha saputo reagire alla crisi in atto, capendone la portata eccezionale, laddove i leader di Francia e Germania sono rimasti in silenzio o si sono più volte contraddetti nello spazio di pochi giorni, purtroppo i poteri effettivi delle istituzioni europee sulle politiche sanitarie e il bilancio Ue denunciano evidenti limiti. Per fare degli esempi concreti, è finita su un binario morto l’unica rilevante proposta legislativa presentata dalla Commissione in materia di sanità durante i cinque anni della presidenza di Jean-Claude Juncker, un’armonizzazione dei criteri per la valutazione delle nuove tecnologie sanitarie (il cosiddetto Health Technology Assessment). Mentre si sta combattendo una battaglia senza esclusione di colpi tra chi vuole limitare il bilancio dell’Unione all’1% del Pil europeo nel prossimo quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e chi aspira a portarlo all’1,11% (con una serie di Paesi favorevoli a una via di mezzo). Laddove nei Paesi Ue, nel 2018 il rapporto tra spesa pubblica e Pil si collocava in media al 46,7%, cioè più di quarantadue volte tanto la proposta più ambiziosa per il budget comunitario.

Non ci si deve dunque stupire se il “whatever it takes” pronunciato più volte dalla presidente della Commissione europea al posto della sua collega della Banca centrale europea (Bce) Christine Lagarde, che si è rifiutata fino a pochi giorni fa di ripercorrere l’exploit verbale compiuto da Mario Draghi nel 2012, abbia partorito poco in termini di risorse messe a disposizione per la crisi. Il presunto pacchetto complessivo di 37 miliardi di euro non è altro che uno storno di risorse dai fondi di coesione e include la quota del cofinanziamento nazionale. Il Sole 24 Ore ha stimato che, degli 11 miliardi di euro destinati all’Italia, quelli realmente attivabili subito siano appena 1,75 miliardi di euro. Che certo non sono da buttar via ma rappresentano un piccolo addendum ai 25 miliardi di euro già stanziati dal governo Conte, considerati da pressoché tutti gli osservatori largamente insufficienti a fronteggiare la crisi in corso. Più rilevante appare semmai la flessibilità delle regole europee sugli aiuti di stato e sui parametri di finanza pubblica, con effetti immediati per la libertà di manovra degli Stati membri. Che tuttavia, nel caso dell’Italia, hanno uno spazio ristretto non solo dalle regole ma anche dalla fiducia dei mercati nella capacità dell’Italia di ripagare il proprio debito. L’intervento “no limits” annunciato dalla presidente della Bce nella notte di mercoledì 18 marzo, a correggere le sue improvvide dichiarazioni di meno di una settimana prima, dovrebbe consentire di spegnere gli incendi più gravi, soprattutto se pienamente in grado di indirizzarsi laddove ce ne sia più bisogno (leggi titoli del debito pubblico italiano), ma può far poco per ricostruire quanto distrutto. Per quello serve una politica fiscale almeno altrettanto ambiziosa, insieme a strumenti non convenzionali che diano liquidità a imprese e a cascata a lavoratori e banche.

A questo punto, appare non più differibile un intervento a pieno regime del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e della Banca europea degli investimenti (Bei). Ci sono molti modi per farlo e negli ultimi giorni stanno fioccando molte proposte, alcune perfettamente ragionevoli (tra queste si veda Blanchard sul Mes e Brunnermeier, Landau, Pagano e Reis sulla Bei), altre meno. Certamente, per l’Italia il migliore affare possibile sarebbe che ad esempio il Mes emettesse Eurobond di scopo (da alcuni già ribattezzati un po’ infelicemente Coronabond) che non graverebbero sul già appesantito debito pubblico italiano e al contempo servirebbero a finanziare spese legate al contrasto sanitario ed economico alla pandemia. Ma per farlo occorrerebbe cambiare lo statuto del Mes, con il necessario accordo degli Stati Membri. Alcuni dei quali, tragicamente, non appaiono affatto convinti che l’eccezionalità del momento debba stravolgere il modello di funzionamento della (scarsa) finanza europea. Confermandone dunque la scarsa resilienza proprio nel momento dell’emergenza. Date le circostanze, più realistico e soprattutto più veloce ipotizzare nell’immediato strumenti che rientrino nell’attuale cassetta degli attrezzi, come il rilascio di prestiti a costo zero agli Stati Membri e senza condizionalità (nel caso del Mes) o alle imprese (nel caso della Bei). Si tratta di strumenti tutt’altro che ottimali e forse non sufficienti ma certamente necessari nella situazione attuale, soprattutto per Paesi come il nostro che hanno meno risorse di altri da impiegare e che al momento sono stati colpiti più duramente dalla pandemia.

Anche per questo appare imperativo già nelle prossime settimane e mesi iniziare seriamente a discutere come mettere l’Europa nelle condizioni migliori per ricostruire la casa dopo che la tempesta sarà passata e superare il prossimo crash test. Con più poteri a Bruxelles sulla salute (a partire da una raccolta uniforme dei dati e da un procurement centralizzato) e maggiori leve finanziarie messe a fattor comune. Cercando nel frattempo di fare fronte all’attuale emergenza, azionando tutti gli strumenti rapidamente dispiegabili a livello europeo oltre che nazionale.

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