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Si stanno sfidando: uno invita il mondo a rallegrarsi delle morte di Qassem Soleimani, capo dell’unità d’élite dei Pasdaran iraniani. L’altro lo definisce un “pagliaccio arrogante”. Sono Mike Pompeo e Javad Zarif, numeri uno delle diplomazie rispettivamente di Stati Uniti e Iran. Si muovono sullo stesso schema, solo con obiettivi diversi e interlocutori diversi. Mentre il capo di Foggy Bottom cerca di rafforzare l’asse con i Paesi del Golfo e con Israele, il ministro degli Esteri dell’Iran sta svolgendo un ruolo simile con Turchia, Russia e Cina in primo luogo.

I colloqui telefonici del numero uno della diplomazia dell’Iran si sprecano in queste ore. Tra coloro che hanno ricevuto una chiamata da Zarif c’è anche l’Alto rappresentante dell’Unione europea, Josep Borrell, che ha invitato a Bruxelles il ministro degli Esteri iraniano, come riferito da una nota del servizio di azione esterna dell’Unione europea. Borrell, si legge, ha esortato Teheran a evitare una escalation nella regione e sottolineando l’importanza di preservare l’accordo sul nucleare.

Si tratta di una mossa piuttosto furba da parte di Zarif, visto che l’Europa è finita nel mirino degli Stati Uniti. Il segretario di Stato americano ha bacchettato gli alleati europei che, a suo giudizio, non sono stati “così disponibili” come avrebbero dovuto nel comprendere le ragioni che hanno spinto gli americani a uccidere il generale iraniano Qassem Soleimani.

Tra gli incontri di Zarif in queste ore c’è da segnalare quello con il suo omologo del Qatar, Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, a Teheran. Sembra proprio Doha la capitale incaricata da Washington della mediazione. Secondo alcune ricostruzioni dei media statunitensi, infatti, Al Thani avrebbe portato l’offerta a stelle e strisce a Zarif: un nuovo patto nucleare, in cambio però Washington chiede che venga evitata un’escalation. Ma pare che il ministro degli Esteri iraniano abbia già rifiutato.

Tuttavia, il “delitto perfetto” di Donald Trump potrebbe cambiare i suoi piani facendo apparire il voto con cui il Parlamento iracheno ha chiesto il ritiro delle truppe straniere in seduta straordinaria l’unico successo diplomatico per Teheran. Sembra poi che Zarif non stia trovando grandi sponde tra i suoi interlocutori. Il fronte sunnita è compatto al fianco di Washington. La Cina non può esporsi troppo, visto l’imminente firma dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti. La Russia neppure, vista la situazione precaria in Siria. Nel Golfo fanno orecchie da mercanti e perfino il Qatar ha scelto di stare nella logica del Consiglio di cooperazione del Golfo.

Ecco quindi che c’è chi scommette che una volta accertato l’isolamento internazionale dell’Iran, e per evitare che le elezioni di febbraio rovescino il suo governo, Zarif, le cui dimissioni un anno fa furono legate proprio ai dissapori con Soleimani, potrebbe rivelarsi presto una delle voci più autorevoli a suggerire al presidente Hassan Rouhani e all’ayatollah Ali Khamenei una risposta forte all’uccisione del generale ma al contempo contenuta e non irreversibile.

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