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Con 325 voti favorevoli e 184 contrari, il parlamento turco ha approvato l’invio di militari in Libia per assistere il Governo di accordo nazionale nel respingere l’offensiva con cui il signore della guerra del Cirenaica, Khalifa Haftar, vuole conquistare Tripoli. Oggi il presidente Recep Tayyp Erdogan ha avuto una nuova telefonata con l’omologo americano Donald Trump, e tra i punti in agenda sembra ci sia stata anche la situazione in Libia — dove gli Usa seguono in modo non troppo palese ma molto interessato (e già in passato dopo i contatti diretti col turco Trump ha preso posizione più dirette).

Da quando il 4 aprile scorso è iniziata la campagna haftariana, il Gna — l’esecutivo internazionalmente riconosciuto e creato sotto egida Onu nel 2016 — ha tenuto il fronte e retto all’assalto: ora l’aiuto turco potrebbe essere determinante per respingere completamente l’offensiva. A meno che gli sponsor esterni del capo miliziano dell’Est, su tutti Egitto ed Emirati Arabi, non decidano di aumentare anch’essi il coinvolgimento.

Non è chiaro quando partiranno — e se in definitiva partiranno — i militari turchi, che eventualmente sposteranno in Libia anche diversi assetti e che potrebbero avere ruoli da consiglieri e non prettamente combat. Oggi, dal centro media operativo del Gna è stata diffusa la notizia che alcuni contractor russi che hanno fatto da longa manus del Cremlino in Libia sul lato di Haftar si sono ritirati. E potrebbe essere un indizio che il coinvolgimento turco è giocato di sponda con Mosca per strappare il dossier libico dal controllo delle realtà occidentali.

Il voto sullo schieramento in Libia, dimostrazione della politica internazionale assertiva che il presidente Erdogan ha dimostrato di voler giocare, sarebbe allora una sorta di mossa più che altro di valore politico. D’altronde anche l’iter parlamentare aveva poco più che valore simbolico, visto che l’Akp, il partito di Erdogan, controlla l’assemblea legislativa e difficilmente avrebbe votato contro il proprio presidente — la pausa invernale era stata interrotta proprio per avallare il piano del governo.

Il capo del Consiglio presidenziale libico, il facente funzione di premier Fayez al-Sarraj, e il presidente Erdogan il 27 novembre hanno firmato due accordi relativi alla delimitazione delle frontiere marittime e al rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza. Una doppia intesa che ha fatto da quadro giuridico per la decisone di Ankara, che però va in contrasto con l’embargo che l’Onu ha imposto nel 2014 sulle armi alla Libia e per quanto riguarda gli accordi marittimi è stata molto contestata a livello internazionale — soprattutto da Cipro, Grecia e Israele che oggi hanno firmato l’intesa sull’EastMed (con l’appoggio di Italia, Usa e Ue) .

Intanto la Turchia, che da molto tempo ha unità speciali in Libia ma in forma discreta, nei giorni scorsi s’era portata avanti col lavoro inviando al fronte tripolino alcuni miliziani appartenenti a gruppi combattenti siriani — spostati dall’area di confine tra il sud turco e il cantone curdo-siriano di Afrìn (fascia che è sotto il controllo turco).

Queste unità dovrebbero servire a fare il lavoro sporco, fornendo negazione plausibile ai turchi, ma l’invio di un contingente regolare come quello appena avallato dal parlamento ha un altro peso politico — e chiaramente ben altre problematiche. Da questa notte, alcune fonti libiche fanno sapere anche che dalla Turchia sono arrivati almeno due F-16, pronti a coprire dall’alto le truppe del Gna.

 

Erdogan ottiene il via libera. Pronto il contingente per la Libia

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