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“Abbiamo risposto perché il regime iraniano capisca”. Al telefono per un briefing con la stampa Brian Hook, rappresentante speciale degli Stati Uniti per l’Iran e consigliere del Segretario di Stato Mike Pompeo, lancia un messaggio a Teheran. “Se saremo ancora attaccati dal regime iraniano o da uno dei suoi proxies prenderemo azioni decisive in risposta”.

Venerdì scorso Kata’ib Hezbollah, milizia filo-iraniana stanziata in Iraq e legata alla Forza Quds, il braccio militare dei Pasdaran sotto la guida del generale Qasem Solemaini, ha sparato trenta missili terra-terra Katyusha contro un deposito di munizioni nella base K1 della coalizione a guida statunitense (Operation Inherent Resolve) uccidendo un contractor americano e ferendo quattro soldati delle Forze speciali e due membri delle Forze di sicurezza irachene (Isf).

Questa domenica come rappresaglia contro gli attacchi, l’aeronautica americana ha bombardato cinque basi della milizia fra l’Iraq e la Siria, uccidendo 25 miliziani, di cui almeno quattro comandanti, e ferendone altri 55. Fra i depositi colpiti anche la base situata nel distretto al confine siriano di al-Qaim, terminale che secondo l’intelligence americana i miliziani utilizzavano come deposito di armi e centro di pianificazione degli attacchi.

La risposta statunitense certifica una nuova, preoccupante escalation nella regione. Nella serata è andata in scena una contro-risposta dei miliziani che hanno colpito con una pioggia di razzi una base militare irachena a nord di Baghdad che ospita nelle vicinanze alloggi per militari americani, senza però far vittime.

L’uccisione di un cittadino americano da parte dei combattenti sotto il controllo delle Forze di mobilitazione popolare, milizia creata dal regime iraniano in Iraq per combattere l’Isis, ha innescato una mobilitazione bipartisan del Congresso americano a favore di una dura reazione. La risposta è arrivata e, garantisce Hook, potrebbe non essere l’ultima. “Finora abbiamo tenuto la nostra politica estera entro i confini della diplomazia, ma non tollereremo ulteriori attacchi”. Certo, i raid di domenica, precisa, “sono un’azione difensiva per proteggere le forze americane e i nostri cittadini in Iraq”, ma anche “la restaurazione della deterrenza contro le aggressioni iraniane”.

Hook è uno dei più importanti funzionari di politica estera nel governo americano. Il consigliere di 51 anni dall’Iowa è già stato sottosegretario di Stato con George Bush, poi ha collaborato con Mitt Romney e infine con l’ex Segretario di Stato Rex Tillerson. È una delle menti dietro la nuova strategia per l’Asia e la Corea del Nord dell’amministrazione Trump così come della strategia per il processo di pace fra Israele e Palestina, e soprattutto ha un accesso non comune alla Casa Bianca grazie a un rapporto stretto con il genero e potente consigliere di Trump Jared Kushner. Per questo, oltre all’indirizzo del Dipartimento di Stato, gli avvertimenti di Cook al governo di Hassan Rohani riflettono le direttive di Pennsylvania Avenue.

Il funzionario difende strenuamente la linea Trump e critica l’eredità di Obama: “Avevamo perduto ogni tipo di deterrenza, l’abbiamo recuperata uscendo dall’accordo per il nucleare iraniano (Jcpoa, ndr) e ora che siamo fuori dal patto possiamo schiacciare economicamente il regime, che infatti sta vivendo la sua peggiore crisi politica e finanziaria degli ultimi 40 anni”.

Cook si riferisce alle proteste di piazza contro il caro-vita che hanno inondato le strade di più di cento città iraniane e, secondo i reportage della stampa internazionale, sono state represse nel sangue con migliaia di civili uccisi e arrestati. Simili manifestazioni stanno scuotendo da diverse settimane l’Iraq, con più di quattrocento civili uccisi, la maggior parte dei quali, accusa Washington, dalle milizie iraniane stanziate nel Paese. “Le persone in Libano, Iraq, Iran si ribellano contro il modello di dominio ed export del terrore iraniano – commenta Cook – nessuna di queste proteste è diretta dagli Stati Uniti”.

Poi un messaggio al governo filo-sciita iracheno guidato non senza serie difficoltà dal premier Adel Abdul Mahdi, che assieme al presidente Barham Salih ha contestato il raid americano (di cui era stato preavvisato dal segretario alla Difesa Mike Esper) definendolo “una pericolosa escalation che minaccia la sicurezza dell’Iraq e della regione”. “Ricordiamo che gli Stati Uniti in Iraq e la coalizione sono presenti nel Paese su invito del governo iracheno – risponde il consigliere di Pompeo – solo negli ultimi due mesi abbiamo registrato 11 attacchi contro le basi della coalizione, Trump ha mostrato grande forza nella risposta”. Gli attacchi delle milizie iraniane susseguitisi da ottobre, specialmente quello che ha colpito la base aerea di Al-Asad lo scorso 3 dicembre a quattro giorni dalla visita del vicepresidente Mike Pence, hanno alzato la tensione a Washington, dove l’amministrazione considera ormai il dossier iracheno prioritario anche sulla lotta all’Isis.

L’influenza delle milizie iraniane in Iraq, anche sullo stesso governo di Mahdi, aumenta di giorno in giorno. Fra queste una delle più potenti è quella di Asaib Ahl al-Haq, conosciuta sotto il nome di “Banda della rettitudine del popolo” e accusata dagli Stati Uniti di ricevere ogni mese finanziamenti per 2 milioni di dollari dal governo iraniano.

Con una conferenza stampa da Mar a Lago Pompeo ha chiarito che l’amministrazione Trump non permetterà “alla Repubblica islamica dell’Iran di intraprendere azioni che mettono in pericolo la vita di uomini e donne americane”. Il governo iraniano per parte sua ha bollato come “pericoloso” l’intervento americano e promesso che non resterà senza conseguenze. Anche la milizia libanese di Hezbollah ha definito gli attacchi “una palese violazione della sovranità, sicurezza e stabilità dell’Iraq e del popolo iracheno”, mentre il ministero degli Esteri russo ha etichettato i raid come “inaccettabili e controproducenti”.

“Non vogliamo un’escalation, ma una de-escalation – ha chiarito nel briefing con la stampa David Schenker, sottosegretario di Stato per gli Affari del Vicino Oriente – ma nei mesi scorsi gli iraniani hanno continuamente alzato l’asticella, rischiando di uccidere personale americano”. Ora sono riusciti a uccidere un cittadino, ma se dovesse finire fra le vittime un militare le carte in tavola cambierebbero, è il ragionamento del funzionario: “Non è stato un errore, ma un attacco diretto e un’aperta violazione della sovranità irachena, prendiamo molto seriamente una vita americana persa”.

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