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La Nato vuole fare di più in Medio Oriente, e per questo acquisirà in Iraq alcune delle competenze attualmente in mano alla Coalizione internazionale anti-Isis nel “pieno rispetto” delle richieste e della sovranità di Baghdad. È il messaggio (gradito a Italia e Stati Uniti) che arriva dalla prima giornata del vertice a Bruxelles tra i ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica, a cui ha preso parte anche Lorenzo Guerini. A fare gli onori di casa il segretario generale Jens Stoltenberg, chiamato a gestire un’agenda fitta in cui i punti tradizionali (deterrenza alla Russia e burden sharing) hanno dovuto lasciare i primi posti dell’ordine del giorno alla sfide più attuale: l’instabilità mediorientale. Per l’Italia sono arrivati però anche segnali su Libia e F-35.

L’AGENDA

Il vertice segue l’incontro tra i capi di Stato e di governo dello scorso dicembre, a Londra. Allora, le critiche sollevate da Emmanuel Macron sulla “morte cerebrale” dell’Alleanza avevano convinto i Paesi membri ad affidare la promozione di una nuova “riflessione strategica” al segretario generale e a un gruppo di esperti da lui scelto. Rispetto alle visioni di grand strategy, i fatti di inizio anno tra Iraq e Libia hanno però sconvolto le carte, portando la periodica ministeriale a concentrarsi su Medio Oriente, nord Africa e Afghanistan. Pur conservando per domani un focus sulla deterrenza da adottare rispetto alla pressione missilistica di Mosca (dopo la fine del trattato Inf), il vertice conferma la fondatezza delle ricorrenti richieste italiane a prestare maggiore attenzione al fianco meridionale.

LA MISSIONE IN IRAQ…

Sotto la lente di ingrandimento la missione Nato in Iraq alla luce delle recenti tensioni tra Iran e Stati Uniti. Decisa al summit di Bruxelles due anni fa, essa coinvolge circa 500 unità in attività di addestramento, “temporaneamente” sospese per l’escalation che è seguita al raid su Qassem Soleimani. L’Alleanza è però anche uno degli 82 partner della Coalizione internazionale anti-Isis, lo sforzo lanciato nel 2014 dagli Stati Uniti e in cui si colloca la missione italiana Prima Parthica con 800 militari. In tale Coalizione si inserisce il cospicuo dispiegamento americano in Iraq, lo stesso che il Parlamento iracheno ha invitato fuori dal Paese con una risoluzione non vincolante. A ciò si aggiunge l’interesse di Washington a ridurre il proprio coinvolgimento nelle dinamiche mediorientali, senza però perdere la capacità di influenzarle. La soluzione scelta (da diversi anni) è l’invito agli alleati a impegnarsi maggiormente, e il contesto della Nato è il più adatto a tale scopo.

…E LE IPOTESI SUL TAVOLO

Ne è conseguita più recentemente l’idea di trasferire parte delle competenze della Coalizione anti-Daesh alla missione Nato, confermata oggi da Stoltenberg ribadendo il rispetto e il coordinamento con il governo di Baghdad. Si inizierà con attività di addestramento, su cui oggi è stata presa una decisione “in principio – ha spiegato il segretario generale – i dettagli arriveranno più avanti”. In ogni caso, così gli Stati Uniti potranno abbassare il profilo della propria presenza, mentre lo sforzo internazionale si caricherebbe di un cappello Nato ormai abituato a impieghi di stabilizzazione e supporto alla pace. È questo il senso della frase ripetuta a più riprese da Stoltenberg (“l’Alleanza può fare di più in Medio Oriente”) e già pronunciata da Donald Trump nella proposta di una NatoMe (Middle East). Per l’Italia è importante che il focus rimanga lo stesso: la preservazione dei risultati raggiunti nella lotta allo Stato islamico. Il ministro Guerini lo avrà ribadito ai colleghi a Bruxelles come ha fatto a fine gennaio in visita ufficiale al Pentagono dal segretario Usa Mark Esper. Per la Penisola la stabilità irachena è a dir poco fondamentale. Nel 2019 è arrivato dal Paese il 20% dell’import nazionale di greggio. Significa che è il primo fornitore dell’Italia di petrolio, davanti a Russia e Libia, anche a fronte del brusco calo delle forniture iraniane.

IL DOSSIER LIBICO

Un po’ al margine dell’agenda è rimasta la Libia. I ministri hanno discusso su come accrescere il ruolo dell’Alleanza per favorire la stabilità dell’intero nord Africa, con uno sguardo anche a quanto si muoverà nelle prossime settimane nel Sahel dove la Francia chiede supporto per una regione bollente. Per il dossier libico, l’Alleanza è il contesto utile per richiamare all’ordine la Turchia, membro storico in lento scivolamento verso est. A Bruxelles, il segretario Esper ha incontrato tra gli altri anche il ministro turco Hulusi Akar. Stando alla nota di Ankara, i colloqui hanno riguardato la situazione a Idlib, in Siria, con la tensione che è salita nelle ultime ore. Eppure, non è escluso che i due abbiano trattato anche di Libia, nel giorno della visita nel Paese del ministro Luigi Di Maio. Solo due settimane fa, il ministro Guerini aveva chiesto a Esper “tutto il peso politico possibile” degli Stati Uniti per spingere tutti al rispetto degli esiti della Conferenza di Berlino, ottenendo su questo “positive rassicurazioni”.

QUEL BILATERALE CON LA POLONIA

La sponda Usa si era alzata nella stessa occasione sull’obiettivo italiano di avere più lavoro per lo stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, nell’ambito del programma F-35 (previa conferma degli impegni previsti, fornita da Guerini già a ottobre). Al Pentagono, Esper aveva parlato del rafforzamento della partnership industriale in corso e degli importanti investimenti fatti dalla Penisola. Un riferimento che non sembrava casuale nel giorno in cui la Polonia firmava l’ordine per 32 velivoli di quinta generazione a 4,6 miliardi di euro. Una delegazione di Varsavia è già stata in visita al sito novarese, unico centro di assemblaggio e verifica finale per gli F-35 nel Vecchio continente. Oggi, a Bruxelles, Guerini ha incontrato il collega polacco Mariusz Blaszczak, che poco prima aveva tenuto un bilaterale con lo stesso Esper. “Italia e Polonia – si legge in una nota della nostra rappresentanza – sono entusiaste di rafforzare i legami nel settore della difesa e sono pronte a lavorare insieme su una vasta gamma di questioni, tra cui la cooperazione industriale”. Le nuove opportunità, ha detto Guerini, “vanno colte”.

L’IMPEGNO AMERICANO

A livello strategico, la ministeriale della Nato si presentava con un altro tema aperto, caro soprattutto ai Paesi dell’Europa orientale: il livello di impegno americano nel Vecchio continente dopo il recente rilascio della richiesta dell’amministrazione Trump per il budget destinato alla Difesa nel prossimo anno fiscale. Non è passata inosservata infatti la seconda riduzione delle risorse previste per la European Deterrence Initiative, l’iniziativa in cui confluiscono tutti gli impegni militari americani nell’Europa dell’est a fronteggiare l’assertività russa. Per l’anno in corso sono stati chiesti 5,9 miliardi, in discesa rispetto ai 6,5 del 2019. Per il 2021, la richiesta si è fermata a 4,5 miliardi. “È solo un messaggio di mantenimento, non di ritiro”, ha rassicurato Kay Bailey Hutchison, rappresentante permanente Usa alla Nato.

VERSO “DEFENDER EUROPE”

Per dimostrarlo, tanto la Hutchison quanto Stoltenberg hanno ribadito in questi giorni la prossima partenza di Defender Europe 2020, la maxi esercitazione che in primavera coinvolgerà 37mila soldati di 18 Paesi tra Germania, Polonia e Repubbliche baltiche per testare le capacità di deterrenza. Vi prenderanno parte 20mila militari statunitensi: il più grande dispiegamento di forze americane in Europa da almeno 25 anni. In più, c’è il progetto di aumentare le forze Usa in Polonia, di cui avranno parlato Esper e Blaszczak. Già a giugno, durante la visita alla Casa Bianca del premier Adrzej Duda (quella che ha confermato l’intenzione polacca di acquistare gli F-35) fu confermato l’incremento di mille soldati americani sul territorio polacco (in rotazione tra diverse basi), da aggiungere ai circa 4.500 militari già presenti nel Paese.

GLI ACCORDI SIGLATI

A corredo della prima giornata di vertice c’è stata poi la sigla di due memorandum, abbastanza tipica in appuntamenti di questo tipo. Il primo riguarda il programma Land battle decisive munitions (Lbdm), a cui l’Italia aderisce sin dalla lettera d’intenti del luglio 2017, seguita poi da un memorandum firmato al summit di Bruxelles nel 2018. Dopo una prima consegna di sistemi anti-carro a gennaio dello scorso anno, altri alleati hanno chiesto di aderire. L’obiettivo è acquisire e dispiegare congiuntamente una vasta gamma di munizioni terrestri, in considerazione dell’analisi di scenari operativi che vedono crescente l’impiego di tali assetti nei conflitti del futuro. Sul futuro si concentra anche la seconda firma di oggi di Bruxelles, relativa a “Critical satellite communications services”. Riguarda il potenziamento della condivisione servizi satellitari di comunicazione per operazioni militari. Anche in questo caso il trend è segnato. Esper è arrivato a Bruxelles anche con la richiesta depositata al Congresso per 15,4 miliardi destinati alla nuovissima Space Force. Già a dicembre, la Nato aveva riconosciuto lo Spazio quale dominio operativo.

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