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Dal grande schermo alla realtà. Dopo l’uscita del film sugli ultimi giorni dell’esilio dorato di Bettino Craxi ad Hammamet, il dibattito sulla figura del leader socialista continua a dividere la politica e la cultura italiana. Forse ha ragione la figlia Stefania quando a Formiche.net ha detto che “l’Italia non è ancora riuscita a sciogliere il ‘nodo’ Craxi, vittima di una grande ipocrisia”. Ad ogni modo per avere una panoramica reale sul personaggio politico, occorre partire dal punto di vista di chi, dall’inizio della sua ascesa, gli è stato vicino, quantomeno idealmente, fino al momento del terremoto giudiziario di Mani pulite.

Luciano Pellicani, sociologo, giornalista e docente universitario è uno di quelli. Per parlare del suo rapporto con Bettino, Pellicani ricorre sempre ad un aneddoto. Correva l’anno 1976. “Lessi sull’Europeo un’intervista che Craxi rilasciò citando un mio saggio su Eduard Bernstein. A quel punto decisi di chiamarlo per prendere contatto con lui. Fissammo l’appuntamento all’Hotel Raphael. Entrammo subito in sintonia”. Ancora, il 30 aprile ’93 era lontano. Erano lontane le monetine, era lontana la fine di tutto.

“Prima del primo incontro con il leader socialista – racconta Pellicani – ero tentato di andare via dall’Italia. D’altronde qui non c’era più nessuna casa editrice disposta a pubblicare i miei libri, perché ero stato tacciato di essere neofascista”. Figuriamoci. Pellicani si è sempre definito un uomo di sinistra. “Un liberal socialista. E da qui non mi sposto”. Ovviamente, nella compagine politica e partitica attuale uno come l’ex direttore di Mondoperaio non può che definirsi “apolide”. Ripercorrendo gli anni che portarono Craxi al vertice del consenso politico e non solo, Pellicani ripercorre il viale dei ricordi. Alcuni piacevoli. Altri sono lame. Di quelle affilate che squarciano il velo di un ombra che ancora, dopo oltre 25 anni, ancora incombe. “Nel 1991 Bettino Craxi vince su tutta la linea – continua il docente -. Il Pci è addirittura costretto a cambiare nome. Poi, l’anno successivo, inizia la dissoluzione non solo del Psi ma di tutto il sistema del pentapartito. La delegittimazione della politica dovuta alle inchieste giudiziarie determina il collasso di un intero sistema, anche valoriale. Insomma per dirla con una battuta, la storia ha dato ragione a Craxi, mentre la cronaca lo ha ucciso”.

Il tintinnio di manette, i giornali, le dirette televisive, gli interrogatori mediatici. Il triste inizio “di una stagione che non si è mai conclusa”. Sì, perché parlando con grande rispetto, quasi deferente rispetto alle riforme che aveva in mente il leader socialista, Pellicani è convinto che “oggi manchi una grande idea di riforma a partire da quella sulla giustizia in chiave garantista”.

C’è però una ragione più profonda, un motivo quasi endemico che ha generato la progressiva distruzione dell’apparato valoriale e partitico gauchista: “L’aver combinato la teologia politica (leggasi Partito Comunista) con l’opportunismo politico (leggasi Partito Socialista), ergo la corruzione. Chiamiamola con il suo nome”. Questo mix esplosivo ha generato “una forte reazione nell’elettorato che, colmo di aspettative, si è invece trovato deluso”. Ma il sistema corruttivo che è stato mascherato dall’inchiesta milanese “non era solo italiano, bensì trasversale a tutte le democrazie. Quantomeno a quelle occidentali”.

Sull’uomo politico Craxi e sulle sue scelte però, il giudizio di Pellicani non è del tutto lusinghiero. O quantomeno, la lettura che propone il sociologo non è unitaria. “C’è un Craxi degli esordi, delle idee e un Craxi della fine, senza idee ma unicamente indirizzato a riconquistare il potere. In sostanza si può parlare di una vera e propria scissione comportamentale: all’inizio della sua ascesa Bettino si proponeva di portare avanti idee davvero rivoluzionarie a partire dalla riforma costituzionale. Prima del declino, a Bettino era rimasta solo la volontà di voler tornare a palazzo Chigi”.

Comunque il bilancio che traccia Pellicani ha una base nostalgica. Specie se si confronta “il portato ideologico che il partito guidato da Craxi rappresentava, a partire dalla ferma convinzione che l’Italia sia parte integrante dell’Occidente pur con la sua autonomia, e il vuoto che caratterizza la sinistra odierna”. Un vuoto che, a detta del giornalista travalica i confini nazionali. “Una sinistra – osserva il cattedratico – che cerca di avere un’autonomia rispetto agli Stati Uniti ma che, di fatto, ne rimane avvinghiata”. Eppure agli Usa, governati di Donald Trump “occorrerebbe un po’ di socialismo per garantire la giustizia sociale incardinando una svolta che prenda le mosse dal sistema sanitario e dalla situazione carceraria”.

Per l’Italia la ricetta sarebbe quella di avere un leader “a metà fra François Mitterrand e Bettino Craxi, ripulito dallo stigma della corruzione”. Le memorie di un antico uomo di sinistra, che anela ad un partito “autenticamente garantista”. Nella speranza che, anche per la sinistra italiana, torni a sorgere una nuova alba.

Craxi, la sinistra e le riforme che ancora il Paese aspetta. Parla Pellicani

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