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Il continente fallito, schiacciato da corruzione, povertà e mancanza di investimenti. Così l’Africa veniva descritta dall’Economist nel 1998. Due anni più tardi, con la creazione del Forum Economico Cina-Africa, Pechino cominciò la sua conquista dell’Africa stabilendo come obiettivo principale il finanziamento dei Paesi africani che avevano carenza di infrastrutture primarie, come strade, ponti, scali portuali.

I rapporti fra Cina e continente africano non sono mai stati così saldi come negli ultimi quindici anni, merito di un’abile strategia di penetrazione economica e culturale condotta su una molteplicità di fronti. Per rafforzare il soft power la Cina ha investito anche risorse considerevoli sui nuovi media per aumentare l’appeal e la credibilità del suo impegno rivolto all’estero, spiegando bene le caratteristiche della storia e delle tradizioni cinesi.

Nell’ultimo decennio anche gli ambienti accademici cinesi hanno ampiamente contribuito al dibattito, inaugurando nuovi modi di concepire la cultura e la comunicazione internazionale, e introducendo concetti prima estranei al modo politico cinese: su tutti, quelli di soft power appunto e di diplomazia pubblica.

In Africa la Cina si sta muovendo da un approccio ideologico a uno più pratico, economico e politico, con lo scopo di favorire un ordine globale che supporti la sua crescita economica e la stabilità interna dei Paesi, sintomo evidente di un cambiamento culturale dell’élite cinese nella gestione dello Stato, che dal tradizionale modello confuciano (l’armonia sociale deriva da un processo top-down) ha riscoperto il taoismo (condivisione di obiettivi e strategie, e coesione tra le componenti della società).

Il miglioramento dei rapporti lo si è visto in tutti i campi: aumento degli investimenti cinesi in Africa per opere infrastrutturali, scambi culturali tra studenti, eliminazione dei debiti africani, assistenza scientifica e tecnologica cinese, l’insegnamento della lingua cinese all’interno dell’offerta formativa delle scuole africana. La teoria che sta alla base della strategia di soft power è la dottrina delle relazioni win-win, ossia il fatto che i cinesi instaurano con l’Africa delle relazioni tra vincitori, e non tra vincitore e vinto come è avvenuto nei secoli con il mondo occidentale. Analogo atteggiamento la Cina ha avuto in Centro e Sud America.

Anche la Russia di Vladimir Putin sta rilanciando l’impegno nel continente africano, sostenendo una strategia analoga a quella cinese con investimenti nelle infrastrutture, nelle telecomunicazioni e nei servizi finanziari, e la cancellazione del debito per i Paesi africani.

A Sochi, nei giorni scorsi, si è svolto il primo Forum economico Russia-Africa che ha confermato la crescente attenzione di Mosca nei confronti dei Paesi africani, particolarmente quelli della fascia sub-sahariana. L’obiettivo del summit, al quale hanno preso parte 47 leader africani, tra cui l’egiziano Al Sisi, copresidente dell’evento, è stato quello di avviare nuove alleanze per rafforzare il ruolo della Russia a livello mondiale, e superare le sanzioni occidentali.

La costruzione del soft power di Mosca è molto simile a quello cinese, e ha come finalità non solo quella di assicurarsi le materie prime africane, ma di costruire un’alleanza strategica forte e continuativa, partendo dall’investimento nel capitale umano. Studenti e lavoratori africani a breve si trasferiranno in Russia, mentre esperti russi si impegneranno direttamente in Africa per promuovere best practice nelle telecomunicazioni.
La Russia e l’Africa detengono il 60 per cento delle risorse naturali del pianeta, e Putin intende lanciare la sua OPA sulla spartizione delle ricchezze africane, sfruttando il combinato disposto del disinteresse degli USA (e della Nato) e della grave assenza dell’Europa. Il Vecchio Continente guarda all’Africa come ad un problema (la incapacità ad esempio di gestire le crisi umanitarie), oppure è nel Nord-Africa che si conferma la debolezza e la divisione dell’Europa (la destabilizzazione del Mediterraneo da parte della Francia per contrastare gli investimenti libici dell’Eni a vantaggio della Total è emblematica a riguardo).

Il partenariato tra Russia e Africa può vantare anche una prima importante cooperazione militare con gli accordi già siglati con Egitto, Sudan, Repubblica Centrafricana e Angola con l’obiettivo di ristabilire una sfera di influenza che sembrava essere svanita dopo la dissoluzione dell’ex Unione Sovietica. È evidente che il business delle armi rappresenta un aspetto non trascurabile per la Russia che proprio in questi giorni ha consegnato all’Etiopia i sistemi missilistici di difesa aerea Pantsir-S1, adempiendo ai suoi obblighi contrattuali, e che in passato aveva armato il generale libico Haftar.

Nel Mediterraneo si stanno giocando le partite decisive legate alla sicurezza e agli interessi economico-sociali dell’intero pianeta: Siria, Libia, Egitto e Tunisia. I cambiamenti in atto nel Mediterraneo imporrebbero all’Europa di considerare le opportunità che potrebbe cogliere grazie alla sua posizione geografica, con un ruolo da protagonista nel riassetto degli equilibri internazionali, nonché di determinare le importanti occasioni di sviluppo economico, sociale, culturale, demografico e umano all’interno di tutta l’area mediterranea, dove transita oltre la metà del traffico marittimo globale diretto verso i porti del Nord Europa, senz’altro molto più efficienti in termini di servizi e di costruzione di un ecosistema positivo agli investimenti.

Allo stato attuale, però, un’Europa divisa e senza alcuna visione di lungo periodo – si pensi al tema della Difesa comune – è incapace di pensare ad un’adeguata strategia per lo sviluppo della sua posizione in Africa, straordinaria opportunità, invece, per Cina e Russia per sperimentare e imporre il proprio modello di sviluppo.

Dopo la Cina le mani della Russia in Africa. E l'Europa? L'analisi di Cianciotta

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