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Il concetto di soft power, per non parlare dello smart power (Joseph Nye o Suzanne Nossel), oggi è entrato nella società cinese. Se i regimi autoritari ne sono spesso sprovvisti – e non sanno esercitarlo – la Cina si sta attrezzando. Ancora una volta è Xi Jinping a portarlo al centro del discorso pubblico e politico del paese di mezzo.

Nuovi codici di comunicazione 

Se almeno a parole è un tempo smart, questo va sempre solidamente ancorato ai mezzi tradizionali (e militari) di una vigorosa politica di potenza. La Cina oggi si presenta infatti come campione del multilateralismo;  offre al mondo la visione della “comunità (umana) di destini condivisi” e della transizione verso una “civiltà ecologica” (Xi Jinping docet). E così anche la comunicazione si adegua per rendere più appetibili i messaggi del socialismo con caratteristiche cinesi. Il nuovo volto della Cina rompe le righe dei leader in giacca nera e cravatta rossa delle plenarie del partito e assume le sembianze rock di Madame Hou.

Cogliere l’opportunità

La nuova configurazione degli assetti internazionali, l’accumularsi all’orizzonte di crisi ambientali, climatiche, regionali, delle istituzioni multilaterali, ha offerto alla Cina una finestra di opportunità per ritagliarsi un nuovo ruolo sul piano internazionale. Se l’attivismo cinese, gli innegabili progressi tecnologici, la minaccia di una nuova potenza emergente fanno paura, Pechino reagisce anche sul piano della comunicazione con un tentativo, a volte non riuscitissimo, di rebranding. La politica climatica e ambientale è un pezzo importante di questo processo.

Leadership climatica?

Se fin dalla COP15 di Copenhagen la Cina ha cercato di definire un proprio ruolo di leadership nelle politiche contro il cambiamento climatico, oggi la politica ambientale e la protezione del clima trovano quasi sempre posto nell’agenda delle visite di stato di Xi Jinping all’estero.  Parlando in una conferenza a Marrakech, l’allora Vice Ministro degli Esteri Liu Zhenmin rese noto che, durante l’usuale telefonata di congratulazioni con il Presidente americano, Xi Jinping aveva riaffermato la volontà cinese di continuare ad agire contro il cambiamento climatico “qualunque fossero le circostanze”.

E’ lui infatti a dichiarare, davanti alla sessione plenaria del 18mo Congresso del Partito, che la Cina dovrebbe “accrescere il proprio soft power culturale” (提高国家文化软实力). D’altronde, il “pensiero di Xi Jinping” sul socialismo (con caratteristiche cinesi) è dominato dall’urgenza della ricomposizione tra dimensione umana e natura e dal bisogno di un nuovo paradigma di sviluppo sostenibile.

È solo marketing?

Solo il tempo e la storia, quella stessa storia che “scorre come un fiume” e non si arresta (ecco un’altra citazione di Xi Jinping), ci dirà se le ambizioni e la dichiarata volontà cinese siano un impegno e una sfida o qualche forma di elaborato marketing politico e di nuova volontà di potenza. Di certo, le contraddizioni non mancano. La Cina esporta ancora inquinamento, danni ambientali ed emissioni attraverso i suoi mega progetti infrastrutturali, le vie della seta e la fame di risorse, con la “conquista” di spazi, terreni agricoli, derrate e miniere dall’Africa alla Siberia, dall’Europa al Brasile.

E torniamo quindi a quella “interdipendenza complessa” (sempre Joseph Nye) che non possiamo ignorare per fare fronte alle crisi esistenziali dell’umanità e della storia, dove non ci sono risposte facili o binarie, dove la cooperazione è necessaria, il compromesso è un’arte e nessun gioco è a somma zero.

*Devo l’ispirazione per questo post (giocoso) a varie fonti, tra cui: Adrian Rauchfleisch (National Taiwan University) e Mike Schäfer (University of Zürich), nonché a un post di Jordi Yang (SRCIC). Leggetelo con ironia.

 

In Cina va forte la diplomazia di Instagram

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