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Le proteste di Hong Kong, apparentemente, nascono con la legge sull’estradizione. Quest’ultima, però, è solo l’ultima di una serie di istanze che la popolazione cerca da tempo di sollevare. Già nel 2014 la Rivoluzione degli ombrelli aveva acceso i riflettori sulla richiesta di riforme in senso democratico, su tutte l’ottenimento del suffragio universale. C’è, poi, il profondo malcontento per la situazione di disuguaglianza sociale, avvertita in particolar modo dai giovani che si oppongono a una leadership politica che percepiscono come incapace di soddisfare i loro bisogni, anzi eccessivamente allineata a Pechino. Potremmo quindi dire che alla base delle proteste di ieri e di oggi c’è il desiderio di non assomigliare eccessivamente alla Cina.

Per quanto riguarda, invece, l’utilizzo della forza per sedare la rivolta, di cui si è largamente parlato, ritengo che Pechino sia consapevole dei rischi associati a un intervento militare: quell’immagine di potenza pacifica su cui tanto ha lavorato in questi anni a livello internazionale verrebbe spazzata via. Senza contare, poi, le ripercussioni negative sull’economia: Hong Kong è un hub commerciale e finanziario globale, la sua destabilizzazione avrebbe effetti che vanno ben oltre le sue piazze. Ci sono, però, altre misure che la Cina può prendere, rimanendo nella zona grigia della legalità internazionale: l’utilizzo di milizie non riconducibili alle sue Forze armate o attacchi informatici che colpiscano le comunicazioni tra i manifestanti. Alcune di queste tattiche le abbiamo già viste all’opera quest’estate.

Altra peculiarità della protesta di Hong Kong è l’assenza di una leadership riconosciuta, che ha contribuito al successo delle proteste, rendendole effettivamente orizzontali: gli attivisti hanno potuto organizzarsi autonomamente e, di conseguenza, confondere le Forze di polizia. Allo stesso tempo, però, ha portato al proliferare di frange a briglia sciolta, con un notevole aumento dell’uso della violenza. Se questa tendenza dovesse continuare potrebbe finire per ripercuotersi contro gli stessi manifestanti, perché fornirebbe a Pechino un pretesto per adottare misure ancora più stringenti.

Per il futuro, intravedo tre possibili scenari. Il primo, e più probabile allo stato attuale, è quello della ulteriore e progressiva erosione delle libertà personali e civili dei cittadini. Esattamente come accaduto dopo la Rivoluzione degli ombrelli del 2014, finita senza alcuna concessione politica da parte di Pechino e anzi in un aumento della repressione dei dissidenti da parte delle autorità di Hong Kong.

Il secondo scenario, quello dell’intervento militare, sembra al momento improbabile per i rischi – che ho ricordato sopra – di incorrere in una nuova Tienanmen, tra l’altro nell’anno del trentesimo anniversario di quei fatti.

Infine il terzo scenario, il più ottimista: quello di una soluzione negoziata tra manifestanti e governo della città, con il beneplacito di Pechino. La realtà, però, ultimamente sembra non lasciare molto spazio all’ottimismo. Hong Kong rimane uno dei dossier più spinosi per la Cina.

Le cicliche esplosioni di dissenso nella città non solo rischiano di compromettere la presa di Pechino sulla regione, ma soprattutto la riuscita dei suoi piani volti alla creazione di un hub finanziario cinese che possa rivaleggiare con la Baia di Tokyo e di San Francisco. Allo stesso tempo, però, Pechino è nota per le sue capacità di pianificazione a lungo termine: per ovviare alle incertezze che ciclicamente coinvolgono Hong Kong, ha per il momento promosso risolutamente il ruolo economico e finanziario di Shenzhen, la città della Cina continentale più vicina a Hong Kong.

Perché Hong Kong è un dossier spinoso per la Cina. L'analisi di Magri (Ispi)

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