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Dagli altari, alla polvere, anche se tutto si può dire, ma non che sia morto povero. Potrebbe essere riassunta così la parabola politica, ma anche umana di Yuri Luzhkov, sindaco di Mosca dal 1992 al 2010, colui che cambiò il volto di Mosca e che, pur provenendo dal più tradizionale cursus honorum sovietico, fu costretto a chinare il capo davanti a quello che, alla fine degli Anni Novanta, era considerato il nuovo: Vladimir Putin.

I meno generosi, oggi, se lo ricorderanno come il sindaco palazzinaro, che faceva distruggere monumenti storici di epoca sovietica per fargli ricostruire con il cemento della seconda moglie, la potentissima Elena Baturina, proprietaria del cementificio più grande di tutte le Russie e per anni fra le poche donne a comparire nelle classifiche dei più ricchi del Paese.

Era fatto, Yuri Luzkhov, con un occhio al passato, il cursus honorum tipico dei burocrati di partito e quell’ammirazione per lo stalinismo, non si sa forzata fino a che punto, ma dall’altra parte la consapevolezza che il mondo era cambiato e che anche in Russia si doveva trovare il modo di interpretarlo.

E così a lui, figlio del Partito e della classe operaia che qualche volta si trovata in Paradiso, a patto che si dimenticasse da dove veniva, toccò in sorte di diventare il primo sindaco della capitale dell’epoca post comunista eletto dal popolo. O quasi. E metterlo a capo del Mossovet (il Consiglio comunale di Mosca), fu un certo Boris Yeltsin, che di errori nella sa vita ne ha fatti tanti, incluso appuntare nella capitale uno che, di fondo aveva la sua stessa filosofia: tutto cambi, fa niente se poi non cambia nulla, e se anche cambia, lo faccia in peggio.

Il conto lo pagarono i moscoviti, per la maggior parte con il sorriso sulle labbra, con buona pace dello scempio della loro città che da austera diventò progressivamente colorata, in qualche caso fino alla pacchianeria. A dimostrarlo, ci sono i risultati plebiscitari alle urne, che per la verità in Russia sono sempre stati abbastanza una costante. Nuove circonvallazioni per fluidificare il traffico, metropolitana portata anche nelle zone periferiche, nuovi quartieri di lusso che sorgevano come cattedrali nel deserto. Ma, in parallelo, palazzi storici degli Anni ’20-’30 cadevano sotto i colpi delle ruspe. Il Voentorg, l’Hotel Moskva, l’Hotel Rossjia. Spesso nel silenzio colpevole dentro i confini nazionali e nel clamore all’estero. Il tutto con una certezza: il cemento per un tale scempio, veniva fornito dalla moglie del sindaco, Elena Baturina, proprietaria della Inteco e per lungo tempo una delle poche donne a comparire nelle classifiche dei primi dieci russi più ricchi del Paese.

Yuri Luzhkov non fu uno zar, perché per quello c’era Vladimir Putin, ma il più grande dei boiardi moscoviti, quello sì. Così ricco, da non sapere più dove metterseli e ovviamente con accuse di corruzione che piovevano da ogni dove. Ma potente, tanto che a Mosca senza il suo assenso non si muoveva una foglia. Nemmeno il presidente, che per giunta veniva da San Pietroburgo, potè liquidarlo in breve tempo come probabilmente avrebbe voluto fare. Luzhkov era, nella perfetta tradizione sovietica, l’arroganza al potere, con quella componente arrivista e quello spasmodico desiderio di accumulo che solo chi arrivava povero dalla provincia di Mosca riusciva a tirare fuori e a trasformare in carica propulsiva e conquistare e mantenere il potere il più possibile.

Dal potere del passato, aveva mantenuto anche l’iconografia che tanto piaceva al popolo. Si faceva vedere ai match di calcio e di hockey, con la pala in mano quando c’era la neve o camminare verso il Bolshoi come un apparentemente normale cittadino, salvo poi pigliare letteralmente a calci chi si azzardava ad accostarlo per criticare il suo lavoro. Ateo nei tempi del comunismo, si dimostrò un fedele ortodosso dopo, tanto da diventare molto amico del Patriarca Alessio II, che poi, da molti, è considerato l’ultimo grande comunista della storia. Amava Londra alla follia, tanto che vi comprò una casa per farvi trasferire le due figlie nate dal secondo matrimonio con la Baturina, ma dalla capitale inglese prese solo il peggio: lo sventramento delle aree verdi e soprattutto la costruzione di quella che oggi viene chiamata Moscow City, il cuore finanziario di un Paese che un settore finanziario proprio non è mai riuscito a svilupparlo e che campa di gas finché dura.

Però negli anni di Luzhkov era tutto sogno. Lo potremmo quasi chiamare il sindaco delle mille bolle, a patto che non siano blu, ma solo immobiliari. Nel 2008 i prezzi dell’ex capitale dell’Urrs raggiunsero Tokyo per valore al metro quadro. I quartieri attorno alla Piazza Rossa, Kuznetsky Most ma anche il Kitai-gorod, ossia quel che resta della città antica, furono tirati a lucido. Altri, come Zamoskvorechye, un tempo i quartieri dei mercanti, distinto dalla povertà, persero la loro identità per sempre.

Chi amava Mosca comunque soffrì, chi a Mosca viveva e vedeva i loro immobili rivalutati continuava a votare quel sindaco che sembrava unire nella sua figura gli aspetti più deteriori, ma anche più utilitaristici del passato e del presente. Come se Luzhkov portasse sulle spalle le colpe di quanti avrebbero operato come lui, se avessero potuto.

Una figura che piaceva a molti ma dava anche parecchio fastidio, anche per l’arroganza e la sfacciataggine con la quale esercitò il suo potere. E così, nel 2010, anche la favola di Luzhkov finì. A chiedere la sua testa fu lo zar Putin in persona, che però operò attraverso l’allora presidente, Dimitri Medved. Il più potente dei boiardi moscoviti fu accompagnato alla porta senza troppi problemi e sostituito con un comunicato stampa. A nulla servì il fatto che da tempo aveva rinunciato ad ambizioni nazionali.

A remargli contro fu sostanzialmente l’età. I suoi 74 anni lo catalogavano nella Russia di ieri, non quella a cui, dopo il 2002, cercò di dare vita Putin. Tocca ammettere che, quella di oggi, almeno quanto a diritti umani, ha cambiato i suoi connotati in minima parte. Anche l’arroganza al potere rimane la stessa. Viene abbastanza spontaneo dire che il boiardo Yuri fu rimpiazzato da qualcuno di più giovane di lui, con una nomenclatura alternativa alla sua.

Scenograficamente, del suo regno a capo di Mosca, rimane un monumento a Lenin in Kaluzhskaya Plashad che guarda il Centro Direzionale come ammirato. Del resto, Luzhkov diceva “tutto quello che non è proibito, si può fare”. Anche sulla pelle dei morti. Persone o ideologie poco importa.

In morte di Yuri Luzhkov, l’ultimo sindaco comunista che chinò il capo di fronte a Putin

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