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Dopo la Siria potrebbe essere la volta dell’Africa occidentale. Il Pentagono sarebbe pronto a presentare un piano di sostanziale disimpegno dalla regione, dove attualmente sono presenti circa settemila militari nella lotta a molteplici gruppi terroristici. Ad anticipare il progetto del dipartimento della Difesa è il New York Times, che cita funzionari ben informati dell’amministrazione. Nulla tuttavia è ancora definitivo, visto che sono già emersi numerosi detrattori, soprattutto tra gli apparati militari.

IL PIANO DI TRUMP

Non c’è da sorprendersi troppo. Donald Trump aveva promesso in campagna elettorale di ridurre gli impegni all’estero, volontà rispolverata nella corsa alle presidenziali del prossimo anno. In tutti i documenti strategici dell’amministrazione, e in particolare nella National Defense Strategy del Pentagono, si afferma l’intenzione di rimodulare i contingenti impiegati oltreoceano. La ragione risiede nell’intenzione di fronteggiare il confronto con Cina e Russia, individuate quali principali competitor dagli Stati Uniti. Da tali esigenze nascono d’altra parte anche il ritiro dalla Siria che ha lasciato campo libero alla Turchia di Recep Erdogan, nonché e gli annunci del presidente sulle rimodulazioni in Afghanistan e Iraq.

IL “FATTORE ESPER”

Furono proprio i piani di Trump per ridurre gli impegni in Medio Oriente a portare un anno fa alle dimissioni l’allora capo del Pentagono, il generale James Mattis. Ora però in quel ruolo c’è Mark Esper, che non ha mai fatto segreto di sostenere il progetto dell’inquilino della Casa Bianca. Lo scorso ottobre, in conferenza stampa da Kabul, Afghanistan, ha affermato di aver chiesto a tutti i comandanti di individuare modalità per liberare “tempo, denaro e forza lavoro da mettere sulle priorità indicate nella National Defense Strategy: numero uno la Cina, numero due la Russia”. E così, ha rimarcato in un’altra recente occasione, “abbiamo iniziato un processo di revisione che riguarda tutti i teatri, capendo quali sono i requisiti che ci prefiggiamo, assicurandoci di essere il più efficienti possibile con le nostre forze”. Che Esper sia sulla linea di Trump lo ha capito anche la Corea del Sud, a cui il capo del Pentagono a chiesto 5 miliardi all’anno (il quinto rispetto a quanto Seoul ha fornito per il 2019) per supportare gli oltre 28mila soldati americani presenti nel Paese.

LA PRESSIONE DEI GENERALI

Le principali resistenze si attendono tuttavia dalle strutture militari, in particolar modo dai comandanti. Il generale Stephen J. Townsend, da poco alla guida di AfriCom, ha chiesto più volte di avere più forze a disposizione. Lo stesso ha fatto il collega Kenneth F. McKenzie Jr, al vertice di CentCom, il comando che ha responsabilità per la protezione degli interessi americani in circa venti Paesi dal Corno d’Africa all’Asia centrale. Tra l’altro, hanno sostenuto le rispettive posizioni proprio sulle linee del nuovo confronto tra potenze. Se Townsend ha notato la crescente espansione, economica e militare, di Cina e Russia in Africa, McKenzie Jr ha spiegato di dover fronteggiare un Iran sempre più assertivo. Una riduzione della presenza militare potrebbe non piacere neanche al dipartimento di Stato di Mike Pompeo. A novembre ha lanciato una nuova iniziativa di partnership con i Paesi dell’Africa subsahariana per far fronte al deterioramento delle condizioni di stabilità e sicurezza. Si preannunciano pronti ad alzare gli scudi anche i democratici nel Congresso, dato che il Parlamento non è stato ancora consultato sul programma.

GLI USA IN AFRICA

Attualmente gli Stati Uniti dispiegano all’incirca settemila militari in Africa, per lo più nella regione subsahariana. L’impegno risponde alla lotta al terrorismo internazionale ormai di lunga memoria, fortemente potenziata dopo l’11 settembre del 2011. In Somalia, 500 membri delle Special Operations combattono il gruppo jihadista di al Shabab. In Africa occidentale, tra Niger, Ciad e Mali, le forze Usa addestrano e assistono le forze locali nella lotta a Boko Haram, ai gruppi che fanno riferimento ad al Qaeda e all’Isis, e ad altre fazioni inserite nella lista delle organizzazioni terroristiche. Il dispiegamento è imponente, e può contare da poche settimane anche della nuova base aerea di Agadez, in Niger, da cui partono i droni Reaper. Secondo il New York Times è costata 110 milioni di dollari e potrebbe vedere presto la chiusura.

LE RICHIESTE DI PARIGI

Oltre alle pressioni interne, un simile ripiegamento potrebbe non piacere alla Francia. Parigi impiega all’incirca 4.500 militari nell’operazione Barkhane, partita nel 2014 per il contrasto al terrorismo jihadista nei Paesi del Sahel, prevalentemente Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad, un territorio grande quanto l’Europa. Lo scorso 25 novembre la missione a subìto il colpo più duro dal suo avvio con tredici vittime nello scontro tra due elicotteri. Pochi giorni dopo, ricevendo all’Eliseo il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato un revisione dell’operazione chiedendo agli alleati di fare di più per la stabilità e la sicurezza del Sahel. D’altra parte, in Patria le critiche sull’efficacia della missione premono da tempo il governo, affiancate dai timori che cresca nella regione il sentimento anti-francese. Anche per questo, Parigi ha deciso di armare i propri droni Reaper, dispiegati anch’essi in Niger. L’obiettivo è potenziare la capacità d’azione riducendo l’impegno a terra. Si sposa con l’intenzione di coinvolgere maggiormente gli alleati, un’ambizione che potrebbe trovare difficoltà ad accettare l’arretramento americano.

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