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Per il momento la reazione più incisiva e concreta all’operazione della Turchia Sorgente di pace nel nord della Siria e all’arroganza del presidente RecepTayyip Erdogan è arrivata dal mondo musulmano. Alla Lega Araba è bastata una riunione per decidere, compatti, di cambiare radicalmente l’approccio con la Mezzaluna. Meno contatti diplomatici, collaborazione militare ed economica ridotta. Il capo di Stato di Ankara è stato definito “pericoloso” dai partecipanti, che, con la situazione che si è create, preferiscono addiritttura tendere una mano al presidente siriano, Bashar al-Assad.

Le decisioni de Il Cairo non devono sorprendere. Nella Lega Araba ci sono almeno due Paesi, l’Arabia Saudita e l’Egitto, che da tempo vedono Ankara come una minaccia per la stabilità e le loro posizioni nella regione. Però che si sia arrivati a un’azione incisiva in così breve termine deve fare riflettere sul fatto che il mondo musulmano ha capito molto più di quello occidentale quale sia la posta in gioco e che cosa si rischia se ad Ankara non viene posto un freno al più presto possibile.

Erdogan sa benissimo che, almeno con l’Europa, può fare quello che vuole, nonostante i provvedimenti di alcuni Stati, che non venderanno più armi ad Ankara, nelle ultime ore e le minacce di Bruxelles di avviare sanzioni contro il Paese che potrebbero pesare sull’economia nazionale.

La Turchia nel 2018 ha speso 19 miliardi di dollari per l’industria di difesa, con un incremento del 28% rispetto all’anno precedente, segno che questa operazione militare era pianificata da tempo e che Ankara ha tenuto in considerazione che poteva correre il rischio di rimanere con gli arsenali vuoti. Se quindi dal punto di vista militare può dormire sonni tranquilli, da quello economico è ancora meno preoccupata.

Il presidente Erdogan sa perfettamente che la Turchia è un partner commerciale troppo importante per molti Paesi europei, in testa l’Italia e che quindi, oltre all’insipienza generale della Ue in politica estera, può contare anche sui cosiddetti interessi nazionali dei singoli Stati.

I veri game changer della situazione sono due: Stati Uniti e Russia. Eppure nessuno dei due, almeno per il momento, hanno preso in mano la situazione come ci si aspetterebbe da due grandi potenze. Donald Trump ha probabilmente compiuto l’errore più grosso in politica estera da quando si è insediato alla Casa Bianca e adesso sta cercando di mediare, anche all’interno del suo partito, ma tiene ferma la linea del ritiro e del coinvolgimento sempre minore degli Stati Uniti in Medioriente, infatti ha ordinato il ritiro totale delle truppe nel nord della Siria.

A Mosca, Vladimir Putin è il più preoccupato di tutti per la piega che sta prendendo l’operazione e sta cercando di portare i curdi a trattare con il presidente Assad. Ma ci vuole tempo e la regione di tempo non ne ha. Secondo fonti curdo siriane, i jihadisti che starebbero combattendo fianco a fianco dei turchi nel nord della Siria sono già a centinaia.

Il rischio, oltre allo sterminio della miniranza, è quello di vedere buttati via anni di lotta al terrorismo. Senza nemmeno più i curdi a difenderci.

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