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C’è un esempio concreto, e neanche troppo blasfemo, che si potrebbe fare quando pensiamo a quello che è stata, e a quello che è oggi, la coalizione di centrosinistra. E lo dico pensando a ciò che è concretamente capitato dopo il tramonto della prima repubblica e la fine della Dc. E cioè la stagione che si è aperta dal 1994 in poi. Ovvero, e per uscire dalla metafora, ma ve lo imaginate un Franco Marini – tanto per citare il più autorevole e significativo leader politico centrista che ha scelto di scommettere sull’alleanza di centrosinistra sin dall’inizio – nascosto dietro il palco durante una manifestazione dei capi della sinistra dell’epoca? Oppure, e sempre pensando a Marini, gentilmente invitato a non disturbare la costruzione del programma della coalizione di sinistra perché a quello ci pensano già gli azionisti di maggioranza della medesima alleanza? Oppure, in ultimo, avendolo comunque già preavvisato che sarà convocato per portare il suo contributo politico e programmatico qualche mese prima del voto?

Ora, e per non fare confronti impropri se non, appunto, addirittura blasfemi con il passato, credo che almeno su un punto dobbiamo essere chiari e anche onesti intellettualmente. E cioè, nel centro sinistra che è nato ufficialmente con le elezioni politiche del 1996 – prima c’era l’alleanza di sinistra e progressista culminata con la cosiddetta “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria – c’era una perfetta parità politica, culturale e programmatica tra le forze della sinistra e quelle centriste. Certo tutti sappiamo – perché rientra nella storica concezione della sinistra ex e post comunista – che il principale partito della sinistra italiana non ha mai amato granché il pluralismo della e nella coalizione. O meglio, una volta stabilito che la tradizionale e mai abbandonata egemonia politica, culturale e programmatica appartiene al “partito principe” della coalizione, tutto il resto è indubbiamente necessario e indispensabile ma solo e soltanto in funzione gregaria. Lo potremmo definire il “lodo Bettini” perché in tempi non sospetti l’attuale dirigente nazionale Dem nonché ex comunista ha ripetutamente teorizzato la necessità di costruire una “tenda” dove si possono nascondere o ricomporre tutte le variegate frattaglie centriste che sono riconducibili all’alleanza di sinistra e progressista. Appunto, una “tenda” che non dia politicamente fastidio da un lato e che possa confermare, dall’altro, che la suddetta coalizione è anche plurale perché contempla al suo interno più culture politiche e svariati filoni ideali oltre allo “zoccolo duro” della sinistra. Nel caso specifico, della sinistra radicale e massimalista di Schlein, della sinistra populista e demagogica dei 5 Stelle di Conte, della sinistra estremista ed ideologica del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e della sinistra classista e pan sindacale della Cgil di Landini.

Ecco perché, e senza accampare ulteriori approfondimenti, la scena di un Franco Marini nascosto dietro un palco allestito per i capi della sinistra o convocato qualche mese prima del voto per comunicargli il profilo e il progetto della coalizione, non è immaginabile neanche per le menti più fantasiose e creative. E questo non solo per il carattere o il profilo dello storico leader sindacale e del popolarismo di ispirazione cristiana, ma per la semplice ragione che un Centro che abbia dignità politica, considerazione culturale e spessore programmatico non potrebbe mai accettare quella umiliazione umana, politica, culturale, valoriale e anche personale.

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