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Nel giro di poche settimane l’Italia farà due mosse decisive nel quadrante indo-pacifico: la visita di Giorgia Meloni a Tokyo nelle prossime settimane (probabilmente a gennaio, ma la data non è ancora stabilita) e la missione economica guidata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani a Mumbai il 10–11 dicembre. A maggior ragione se, come pare, verrà confermata anche la tappa sudcoreana nei giorni del viaggio in Giappone. È una sequenza che va oltre la diplomazia bilaterale: segna il ritorno forte dell’Italia nelle dinamiche di un’architettura strategica dell’Indo-Pacifico, che si sta rinnovando anche alla luce di quanto immaginato dagli Stati Uniti nella National Security Strategy appena pubblicata. Strategia fondata su deterrenza, sicurezza delle catene del valore e allineamento con partner democratici contro la pressione cinese.

L’Italia si muove in sintonia con questa visione – ma lo fa con una sua logica, una sua agenda economica e una sua idea di presenza geopolitica. L’annuncio della visita di Meloni a Tokyo, rivelato dall’Asahi Shinbun, è diventato notizia di particolare interesse oggi in Giappone, a conferma di come la comunione con Sanae Takaichi, la neo-eletta premier, sia percepita anche nell’Arcipelago. Uniche due donne del G7, con un’agenda politica interna simile e una internazionale comune che ruota attorno alla cooperazione in sicurezza – sintetizzata dall’alleanza sul Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto congiunto Italia–Giappone–Regno Unito per il caccia di nuova generazione. L’incontro tra le due leader, anticipate dal gesto simbolico dell’abbraccio al G20 di Johannesburg, cristallizza un’intesa politica che ha radici profonde: Takaichi è l’erede della visione strategica formulata da Shinzo Abe, padre del moderno concetto di Indo-Pacifico “libero e aperto”, che guida l’approccio globale alla regione.

Nei prossimi giorni, il 10 e 11 dicembre, sarà Antonio Tajani protagonista nell’Indo-Pacifico, con un viaggio in India tra cui la guida di una Missione Imprenditoriale Italia–India a Mumbai. Una tappa che conferma la centralità di New Delhi nella strategia italiana. L’agenda business — componenti auto, tecnologie dello sport, agrifood, rinnovabili e waste-to-energy, farmaceutica — si inserisce nel rilancio del dialogo politico con l’India, rafforzato dagli incontri tra Meloni e Narendra Modi. La collaborazione commerciale (leggere alla voce Imec) e industriale si estende poi alle cooperazioni a difesa, AI, spazio, e in generale alla sicurezza delle catene di approvvigionamento. L’India, oggi, è il principale contrappeso asiatico alla Cina e una destinazione strategica per la manifattura italiana.

Il filo che unisce Tokyo e Mumbai è chiaro: l’Italia sta costruendo una presenza coerente nell’Indo-Pacifico, esattamente lungo le direttrici immaginate da Abe nel discorso del 2007 sulla “convergenza dei due mari”. In quella cornice, il concetto di Indo-Pacifico non era soltanto geografico: era politico. Abe posizionava Giappone, India e le democrazie marittime del Pacifico (oggi incluse Corea del Sud, Australia e Stati Uniti) come motori di stabilità, connettività e apertura strategica.

È dentro questa visione che l’attivismo italiano degli ultimi mesi trova una collocazione naturale. Giappone come partner tecnologico e di difesa; India come pivot geoeconomico e industriale dell’Eurasia democratica; Corea del Sud come attore chiave della sicurezza marittima e della supply-chain resilience, settore dove l’Italia sta intensificando i contatti politici e industriali. Tutto nell’ottica dell’allineamento tra attori like-minded. E tutto che incrocia il documento strategico pubblicato oggi, l’amministrazione statunitense definisce l’Indo-Pacifico “il principale campo geopolitico ed economico del XXI secolo”.

Tre elementi emergono con chiarezza. Il primo, la difesa dell’ordine libero e aperto: libertà di navigazione, sicurezza delle rotte energetiche, stabilità delle catene di approvvigionamento. Secondo, la deterrenza rafforzata: investimenti militari e postura “vigile”, per prevenire conflitti e costruire un “ciclo virtuoso” tra forza economica e credibilità strategica. Terzo, la competizione strutturale con la Cina: riequilibrio dei rapporti economici, riduzione delle dipendenze, contrasto alle pratiche predatorie di Pechino, tutto nell’ottica del de-risking pensato dall’Unione Europea, pur con la possibilità di mantenere un canale (consapevole) perito con la Repubblica popolare.

Il documento è esplicito: gli Stati Uniti chiedono maggiore impegno agli alleati e partner nella regione, sia sul piano della sicurezza sia sul piano economico-industriale. Con un obiettivo doppio: contenere l’espansionismo cinese e costruire un network di interdipendenze controllate tra economie democratiche. Dentro questa cornice, la sequenza Meloni–Takaichi e Tajani–Mumbai assume un significato ulteriore, legato al timing. Da qui lato, risponde alle richieste Usa – primo alleato italiano – di maggiore contributo alle dinamiche indo-pacifiche. D’altro rafforza la presenza diretta italiana nella regione – che è ormai inequivocabilmente quella del futuro. Tutto questo proietta l’Italia in un sistema di alleanze solide, dove Roma porta asset unici: cantieristica, aerospazio, energia, tecnologie verdi, difesa. Riduce inoltre le vulnerabilità italiane nelle catene del valore, spostando parte della proiezione industriale verso economie allineate alle democrazie del G7. Aumenta infine la rilevanza dell’Italia nell’Ue, soprattutto mentre Bruxelles discute di de-risking e di coordinamento con gli Stati Uniti.

L’asse Meloni–Takaichi, ancora in formazione, quello già solido Meloni–Modi e quello testato a giugno con il presidente sudcoreano Lee Jae-myung, danno corpo a un orientamento che non è episodico ma strutturale: l’Italia sta costruendo un proprio Indo-Pacifico, complementare ma non subalterno alle strategie americana e giapponese.

(Foto: X, @giorgia_meloni)

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