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La notte del 20 luglio di cinquant’anni fa è una di quelle che non si dimenticano. Tutti noi eravamo davanti alla tv e ne abbiamo conservato un ricordo particolare. Per alcuni quell’evento costituì un imprinting capace di condizionare scelte professionali e di vita. In questi giorni, celebriamo questa importante ricorrenza, ma di fatto stiamo celebrando l’avvio di un nuovo programma di esplorazione umana del Sistema solare, proiettandoci nei prossimi cinquant’anni in cui la Luna potrebbe diventare una base attrezzata con infrastrutture tecnologiche e scientifiche per lo studio dell’Universo profondo e rappresentare una tappa intermedia per spingere l’uomo oltre, e portarlo su Marte.

L’anniversario cade in un’epoca in cui l’esplorazione del Sistema solare e l’osservazione dell’Universo hanno visto incredibili progressi, e hanno prodotto scoperte scientifiche fino a pochi decenni fa inimmaginabili, confermando quanto queste discipline siano ormai strategiche per il futuro dell’umanità. Muovendoci dal Sistema solare, in cui ormai le sonde robotiche sono di casa, fino al profondo Universo, abbiamo scoperto un lago sotterraneo di acqua salmastra su Marte. Abbiamo rintracciato migliaia di Esopianeti, di cui centinaia con condizioni fisiche in grado di ospitare la vita. Abbiamo poi visto la fusione di due stelle di neutroni mentre, con gli interferometri per onde gravitazionali, le sentivamo fondersi e sconquassare lo spazio-tempo. Inoltre, abbiamo ottenuto la prima “foto” dell’orizzonte degli eventi di un buco nero.

Difatti, l’esplorazione dello spazio e l’osservazione dell’Universo sono due aspetti complementari, ma intimamente connessi, della nostra conoscenza della Natura, in cui l’umanità si sta attrezzando con gigantesche infrastrutture da terra, che operano a tutte le lunghezze d’onda, e con missioni spaziali sempre più ambiziose. Questa complementarietà delle osservazioni da terra e dallo spazio, potrebbe trovare un ulteriore rilancio proprio con la costruzione di una base attrezzata sulla Luna. Un esempio dell’impatto di questa iniziativa nella nostra conoscenza dell’Universo profondo potrebbe essere per esempio l’installazione di radiotelescopi sulla faccia nascosta della Luna.

La radioastronomia vede oggi la costruzione di impianti ciclopici come lo “Square Kilometer Array” (SKA), che prevede l’installazione di centinaia di migliaia di antenne nei deserti del Sud Africa e dell’Australia, i siti dove si registra il più basso tasso di inquinamento elettromagnetico di tutto il pianeta. Sì, perché oltre ad aver sviluppato formidabili tecniche di osservazioni dell’Universo a onde radio, siamo stati noi astronomi ad aver anche  inventato e brevettato il wi-f, un incredibile strumento di comunicazione che oggi vede però il pianeta popolato di ponti radio che affliggono le osservazioni radioastronomiche da terra. Un radiotelescopio sulla faccia nascosta della Luna avrebbe due vantaggi: sarebbe schermato dal rumore elettromagnetico che generiamo sulla terra, e avrebbe accesso alla banda delle onde radio lunghe che a terra non sono osservabili perché schermate dalla ionosfera, ma che sulla Luna sarebbero invece osservabili. E le onde radio lunghe contengono informazioni preziose sulle primissime fasi di evoluzione dell’Universo.

La partecipazione del sistema-Paese a questa grandiosa prospettiva si configura potenzialmente imponente, e soprattutto può coprire tutti gli aspetti di questa nuova era della conoscenza: l’attiva partecipazione allo sviluppo delle missioni di esplorazione del sistema solare; la realizzazione di imponenti infrastrutture astronomiche a terra, e la cui eventuale installazione sulla Luna costituisce un naturale by-product; le necessità di ridondanza di stazioni che da terra dovranno seguire le missioni spaziali; i più delicati aspetti della Space surveillance and awareness (Ssa). Il governo ha creato una cabina di regia per coordinare tutto questo processo, di cui l’Agenzia spaziale italiana (Asi) sarà il soggetto attuativo. Alcuni parlamentari hanno costituito di recente un “Gruppo interparlamentare per l’aerospazio”, mentre si è consolidato il ruolo del Paese nella realizzazione delle nuove grandi infrastrutture da terra come SKA, assicurandone la partecipazione dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf).

Quest’ultimo, a sua volta, possiede sul territorio nazionale importanti infrastrutture adatte alle attività di Ssa, che già sono coinvolte in attività di sperimentazione attraverso un accordo con la Difesa e con l’Asi. Inoltre, l’Inaf ha stipulato con l’Asi un accordo per l’utilizzo del radiotelescopio della Sardegna Srt, per le attività di comunicazione nell’ambito del Deep space network (Dsn) delle missioni targate Nasa ed Esa. Il sistema-Paese si proietta dunque con autorevolezza e con grandi aspettative nei prossimi cinquant’anni di esplorazione del Sistema solare e di osservazione dell’Universo. Cinquant’anni in cui la Luna potrebbe ospitare le nuove infrastrutture scientifiche e tecnologiche del futuro. Il nostro primo avamposto spaziale.

Verso i prossimi 50 anni della Luna. L'analisi di D'Amico (Inaf)

Di Nichi D'Amico

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