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I tagli alla difesa preoccupano, ma sono ormai una costante da tanti anni, non imputabile al governo Conte 1. Tra l’altro, la gestione degli ultimi quattordici mesi “ha fatto registrare una maggiore considerazione da parte del ministro della Difesa verso i temi del benessere del personale e un’accresciuta attenzione verso una gestione più trasparente del personale a tutti i livelli”. Parola dell’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di Stato maggiore della Marina militare dal 2013 al 2016, che Formiche.net ha raggiunto per tratteggiare un bilancio della politica di difesa nell’esperienza di governo gialloverde e per capire le sfide del prossimo inquilino di palazzo Baracchini. Si è parlato anche di migrazioni e dell’operazione Sophia, i due temi che hanno creato maggior attrito tra Matteo Salvini ed Elisabetta Trenta.

Ammiraglio, i temi della Difesa sono sembrati in secondo piano in questa crisi di governo, e anche ora nel processo di formazione del nuovo. C’è un problema di cultura della Difesa nel nostro Paese?

È un problema che affligge non solo l’Italia, ma con le dovute differenze di scala, anche la Germania e il Giappone; si inquadra nella difficoltà più ampia della definizione del ruolo dell’Italia nella scena internazionale nel dopoguerra e soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino. La nostra Difesa, come la nostra politica estera, è figlia della disastrosa sconfitta della Seconda guerra mondiale. Come Paese vinto, abbiamo svolto il ruolo che le Potenze vincitrici ci hanno assegnato nell’ambito dell’area d’influenza americana, stabilita negli accordi di Yalta, ovvero di bastione anti Ursss. L’importanza di tale ruolo è progressivamente svanita con l’abbattimento del muro di Berlino, l’allargamento della Nato e dell’Unione europea. Se da un lato la nostra politica militare ha continuato a essere allineata agli Stati Uniti fornendo truppe alle sue missioni fuori area, è invece sostanzialmente mancato lo sviluppo di un pensiero strategico funzionale alla difesa degli interessi nazionali, da cui far discendere il dimensionamento e l’articolazione delle diverse componenti del nostro strumento militare.

In tal senso, che bilancio fa della politica di Difesa del governo giallo-verde?

Si è registrata una sostanziale continuità con le amministrazioni precedenti. Già da tempo, la Difesa è la vittima prediletta dei tradizionali tagli annuali, soprattutto per quanto riguarda i fondi d’esercizio, dedicati all’addestramento, al mantenimento in efficienza dei sistemi d’arma e delle infrastrutture, a conferma della scarsa importanza attribuita alle Forze armate, al morale del personale e in sintesi alla loro prontezza al combattimento dalla politica in generale. Al netto dei tagli, devo invece registrare una maggiore attenzione da parte del ministro della Difesa verso i temi del benessere del personale e un’accresciuta attenzione verso una gestione più trasparente del personale a tutti i livelli.

Quale dovrà essere, secondo lei, la priorità del prossimo ministro della Difesa?

In primo luogo, è necessario recuperare al ministro della Difesa l’autorità necessaria a governare il dicastero e a incidere sulla politica militare. Oggi tale potere è accentrato al capo di Stato maggiore della Difesa, a scapito del ministro e dei capi di Forza armata, ormai privati dell’autorità necessaria per l’assolvimento dei loro compiti e delle attribuzioni di legge. Come primo passo suggerirei di riassegnare la presidenza del Comitato dei capi di Stato maggiore al ministro della Difesa, com’era originariamente sino agli anni 90.

Che vantaggio ci sarebbe?

Ciò darebbe la possibilità al ministro di beneficiare direttamente, ma in presenza del capo di Stato maggiore della Difesa, quindi nella massima trasparenza, del contributo di pensiero e dell’esperienza specifica dei responsabili delle singole Forze armate, a tutto vantaggio della qualità delle decisioni prese e della trasparenza del processo decisionale. Ne beneficerebbe anche l’armonia dei rapporti fra i vertici militari riducendo intrighi e sotterfugi vari.

Altri aspetti su cui lavorare?

Il secondo suggerimento è di assumere il controllo dei fondi per l’investimento e l’esercizio, attualmente gestito dal Csmd per tutte le Forze armate. La divisione della torta fra le tre Forze armate è troppo importante per non essere diretta emanazione del ministro. È questa una prerogativa che non può risentire del colore della giubba del Csmd del momento, come troppo spesso avviene. Così come non sarebbe immaginabile affidarsi a un arbitro che fosse al tempo stesso l’allenatore di una delle squadre in campo. Potrei continuare a lungo, ma in estrema sintesi si tratta di riprendere il controllo della Difesa da parte del ministro, ridimensionando il potere del capo di Stato maggiore della Difesa e asciugando di conseguenza l’immenso apparato della burocrazia interforze che si è andato stratificando negli anni. Significa asciugare “l’idrocefalo interforze” per rifortificare le membra, ovvero lo strumento militare, partendo dai “fondamentali”, ovvero dalla prontezza al combattimento delle tre componenti (Aeroterrestre, Aeromarittima, Aerospaziale).

E sul dual use? Spesso il focus sulla dualità impresso dalla gestione Trenta è stato oggetto di critiche.

Direi di non dare retta a chi critica il principio dell’uso duale. Investire in un mezzo o sistema d’arma potenzialmente efficace anche in tempo di pace per alleviare le sofferenze della popolazione civile in caso di calamità costituisce un valore aggiunto, non un difetto, che non deve necessariamente andare a detrimento della capacità combattente. L’esempio classico è la portaerei, massima espressione di potenza miliare e al tempo stesso formidabile strumento per la Protezione civile in caso di calamità naturali, come aeroporto mobile autosufficiente da cui sostenere i soccorsi alla popolazione in caso di terremoti, eruzioni vulcaniche, ecc.

A proposito di mare, il Mediterraneo (soprattutto per il tema della gestione migratoria) è stato al centro di frizioni tra ministri di Difesa e Interno. Occorre ritrovare un clima di serenità?

È importante che il tema del soccorso in mare sia tenuto separato da quello del controllo dei flussi migratori. Il soccorso va fatto sempre, messe in salvo le persone di qualunque colore della pelle e religione siano, si proceda alle normali procedure di vaglio sul diritto d’accoglienza, sui permessi di lavoro o sui rimpatri dei non aventi diritto a restare. Separando i due piani, non c’è motivo per cui non si possa operare nella massima armonia, come accadeva in effetti ai tempi Mare nostrum.

Anche la missione Sophia ha fatto discutere. Ha ancora validità?

Il rilancio della missione Sophia richiede l’attivazione della fase in acque territoriali e sul territorio libico e il superamento della clausola che attualmente prevede lo sbarco dei sopravvissuti esclusivamente in Italia, a prescindere dallo Stato di Bandiera della Nave da guerra che ha effettuato il salvataggio.

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