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Può capitare dopo mesi di vita frenetica tra politica, governo e social. Arriva il mese di agosto e ti ritrovi con le idee confuse, la testa pesante e quel misto di voglia di staccare ma anche di restare sul pezzo che produce (generalmente) effetti deleteri. Può capitare a chi lavora in ufficio, in fabbrica o al negozio, ma può capitare anche a chi lavora al Viminale.

E infatti è capitato al ministro Salvini, nonché vice-premier, nonché leader della Lega, di gran lunga il movimento politico più forte nei sondaggi (elemento da non sottovalutare mai, neanche in questa fase). Salvini infatti è il protagonista di una stravagante crisi di governo i cui motivi sono parzialmente chiari ma i cui esiti sono tutt’altro che noti.

Diciamo che tutto succede perché l’insofferenza leghista verso l’alleato grillino arriva allo zenit nel mese di luglio, quando il combinato disposto del voto a Strasburgo per eleggere Ursula van der Leyen (che vede i due alleati su fronti opposti) e le vicende di Mosca portano ai minimi termini la collaborazione di governo, con tanto di sospetti reciproci (soprattutto tra Salvini e Conte). Dopo quelle due vicende si arriva al dibattito in Parlamento su Tav, dove, ancora una volta, Lega e M5S suonano spartiti diversi.

Salvini prende cappello e negli inebrianti (in termini di consenso personale) giorni di pseudo-vacanze al Papeete decide di staccare la spina, accusando gli alleati di essere solo capaci di dire NO a tutto, mentre (a suo dire) è tempo di pronunciare molti SI. A quel punto dice basta e passa ad invocare elezioni nel giro di poche settimane.

Peccato però (primo errore da matita blu di Salvini) che l’Italia è una Repubblica parlamentare, con i suoi tempi e le sue regole. Tempi che peraltro il ministro conosce benissimo, tanto è vero che lui medesimo ha impiegato tre mesi l’anno scorso per formare il governo attualmente in carica (e in molti passaggi è stata proprio la Lega a prendersela comoda).

Siccome poi Salvini ha sì il 38% nei sondaggi, ma dispone del 18% dei seggi in Parlamento ecco che la sua pretesa che il restante 82% dei parlamentari si adegui all’istante è velleitaria ed anche un po’ presuntuosa.

Ma non è finita.

Nel suo discorso al Senato di mercoledì il ministro si produce in una piroetta verbale assai singolare e francamente indifendibile (secondo errore da matita blu). Egli infatti sfida il Parlamento (e soprattutto gli ex alleati grillini) a votare subito per la quarta ed ultima volta la riduzione a 600 dei membri delle due Camere, salvo poi però ricordare che vorrebbe eleggerne di nuove prima che la regola entri in vigore.

Ma come? Salvini, il campione della concretezza, del dritto per dritto, il nemico giurato dei bizantinismi di palazzo che tira fuori una soluzione che avrebbe fatto arrossire di vergogna persino i membri della direzione nazionale del Psdi di Pietro Longo? Non contento, a cavallo di ferragosto il Capitano cambia registro (terzo errore da matita blu), annunciando alla nazione che il suo telefono è sempre acceso, anche verso gli amici-nemici-alleati-avversari del M5S.

Il risultato finale è una crisi che inizia ad assumere aspetti grotteschi e che, soprattutto, appare difficilmente governabile. Comunque in attesa del dibattito in Parlamento del 20 agosto un primo risultato (anzi tre per la verità) Salvini l’ha ottenuto.

Ha rimesso in pista Di Maio (che era invece in enorme difficoltà sul fronte interno), Renzi (che pur emarginato da Zingaretti ha trovato modo di piazzare un colpo di teatro come solo quelli di talento sanno fare) e Berlusconi (di cui adesso Salvini deve tenere conto, perché in Parlamento conta quanto lui). Tre in uno, quasi un’offerta speciale degna del miglior supermercato.

Ecco perché a Salvini serve qualche giorno di vacanza, ma di quella vera. Altro che Papeete con tutte quelle cubiste che agitano il sonno. Trovi un posto tranquillo, con molto silenzio.

Potrebbe chiedere consiglio a Sergio Mattarella, che di silenzi è maestro.

Salvini ha bisogno di una vacanza (ma non al Papeete)

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