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Il New York Times quattro giorni fa ha pubblicato un articolo dal titolo: “Non dare per scontato che il consenso di Trump non possa salire più in alto. Lo ha già fatto”. Teoricamente sarebbe uno di quegli argomenti su cui i trumpiani accusano i media mainstream di tacere — perché sono “enemy of the people”, come li chiama Donald Trump quando si occupano di lui con una copertura non favorevole. Altrettanto teoricamente si potrebbe rispondere al titolista che forse chi non deve più dare niente per scontato riguardo Donald Trump sono proprio i templi del pensiero liberal come il NYTimes. Ma siccome sulla terzietà e sulla serietà del quotidiano newyorkese pochi sono i dubbi, l’articolo è uscito e finito tra quelli selezionati per la lettura consigliata dalla Casa Bianca.

E giustamente, perché il dato è interessante. Trump cresce nei sondaggi (sebbene si tratti di valori parziali). Aumenta sia il job-approval (ossia se si approva o meno il lavoro del presidente) che la personal favorabolity. E questa crescita, partita da qualche mese, arriva in un periodo delicatissimo — il terzo anno di presidenza con la costruzione di una nuova campagna elettorale per la rielezione in corso — e con un flusso notevole. Ossia: guadagna punti tra i repubblicani. Non è poco. Nella polarizzazione politica che s’è creata da anni negli Stati Uniti, e che il trumpismo ha spinto, i consensi sembrano immobili come pezzi di granito.

Trump è una figura divisiva: da un lato ha una schiera di fan, dall’altra di nemici. In mezzo gli indecisi (il corpo elettorale maggioritario, se li si considera potenziale parte dei non votanti), e tra loro c’è una bella aliquota di elettori repubblicani che non si riconoscono nell’attuale presidente. Che non piace perché segue delle azioni di governo troppo distruptive, molto spesso distanti dalla linea e dagli atteggiamenti classici del partito conservatore (e per esempio: i dati rilevati di cui si parla hanno preceduto i fatti di El Paso e Dayton, e la condanna lenta al suprematismo bianco da parte dello Studio Ovale, e questo è un aspetto che potrebbe cambiare il trend che stiamo raccontando).

Ecco comunque il cuore della notizia: il consenso del dato Upshot (progetto di giornalismo numerico del Nyt) è salito tra gli elettori registrati dal 34 dell’Election Day del 2016 al 44%, perché Trump ha guadagnato spazi tra quella parte di Repubblicani che non lo apprezzavano. Il 28% dei repubblicani che finora non era favorevole al presidente ora è un suo sostenitore. È un messaggio devastante per i democratici, perché sebbene siano ancora sentimenti e non bastano per vincere le presidenziali, e sebbene resti ancora al di sotto della soglia critica del 50 per cento (mai superata), questi numeri sono un marker.

Le svariate candidature Dem per ora non hanno prodotto l’effetto voluto, anzi. Una visione comune rispetto al 2020 dice che — partendo dal dato del 2016 (quando Hilary Clinton vinse nettamente sul consenso generale, pur perdendo la presidenza) — basta poco per evitare la rielezione di Trump: un candidato buono o forse soltanto una campagna più forte negli Stati più decisivi. Ma è una visione che si regge su un punto: Trump non sarebbe in grado di aumentare il proprio consenso. I dati al momento dicono che così non è.

Se Trump cresce nei sondaggi. Messaggio ai Democratici

Il New York Times quattro giorni fa ha pubblicato un articolo dal titolo: “Non dare per scontato che il consenso di Trump non possa salire più in alto. Lo ha già fatto”. Teoricamente sarebbe uno di quegli argomenti su cui i trumpiani accusano i media mainstream di tacere — perché sono “enemy of the people”, come li chiama Donald Trump…

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