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Il Venezuela è uno di quei dossier in cui gli Stati Uniti giocano contemporaneamente su più piani: c’è quello della crisi interna, la tutela della stabilità sudamericana, il rispetto dei diritti e il ruolo di Washington come capo del mondo libero — e non può che essere contro il regime Maduro, che ha ridotto un popolo alla fame, e a favore di una speranza democratica e liberale promessa dall’autoproclamato Juan Guaidó. Ma c’è anche l’occasione per un terreno di confronto proxy con nemici e avversari, su cui testare anche la compattezza delle alleanze. L’occasione per spiegarsi in questo momento arriva da un delicato fatto di cronaca.

Un velivolo da ricognizione americano EP-3 è stato avvicinato nei giorni scorsi, con un manovra aggressiva, da un Su-30 Flanker venezuelano: e qui, quel genere di triangolazione proxy si ritrova in una dichiarazione del Southern Command, l’ala strategica del Pentagono che gestisce il Centro e il Sudamerica. In un tweet con cui sono state riprese le virate del caccia madurista al limite dei cieli venezuelani, la difesa statunitense lancia un’accusa diretta alla Russia. “Questa azione dimostra che la Russia [fornisce] un irresponsabile supporto militare al regime illegittimo di Maduro e sottolinea l’incoscienza e il comportamento irresponsabile di Maduro, che mina l’integrità dello Stato di diritto e gli sforzi per contrastare il traffico illecito”. Il Flanker è prodotto dalla russa Sukhoi, è venduto sotto approvazione del Cremlino al regime di Caracas.

È una dichiarazione profondamente politica, perché Mosca si trova su un piano completamente opposto a quello americano sul dossier venezuelano, ossia dà sostegno diplomatico, economico, politico e non ultimo militare al regime di Nicolas Maduro — che ritiene legittimamente eletto, nonostante evidenza di manipolazioni elettorali. Un tema che è stato anche occasione di scontro, teso e molto spinto su reciproche retoriche aggressive, con Washington. Ma a testimonianza di come questo dossier abbia varie sfaccettature e piani, al Pentagono rilancia prima il Consiglio di Sicurezza nazionale e poi il dipartimento di Stato. Sfruttando un altro fronte: l’Iran.

Il collegamento tra Caracas e Teheran si concretizza in vari campi, di cui il petrolio è quello più esplicito. I due Paesi sono membri Opec, e tendenzialmente si trovano su posizioni allineate all’interno dell’organizzazione che hanno anche come ambito comune il contrasto all’Arabia Saudita e alle volontà occidentali che Riad, in modo anche sfumato, rappresenta (o rappresentava). Il consigliere John Bolton, falco dell’amministrazione Trump, sostenitore di linee dure e aggressive contro Venezuela e Iran (e Corea del Nord), twitta una foto di Maduro e Javad Zarif, il ministro degli Esteri iraniano, e coglie l’occasione del vertice Nam (il movimento dei Paesi non allineati presieduto dal venezuelano) per il doppio attacco. “Qualcosa mi dice che Zarif si sentiva a casa a Caracas come ospite del regime illegittimo di Maduro”, dice Bolton. L’incrocio è fenomenale perché materializza nella stessa occasione due dei principali nemici americani del momento, la potenza petrolifera sudamericana che Washington vorrebbe sotto un ordine più controllabile, e la Repubblica islamica mediorientale con mire espansionistiche contro cui gli Usa hanno ingaggiato un confronto partito dal ritiro dall’accordo sul nucleare, di cui Zarif è un simbolo (per averlo trattato per un paio d’anni), e sfociato sul mondo dei traffici petroliferi sullo stretto di Hormuz.

Poi il dipartimento di Stato, si diceva. Il viaggio sudamericano del capo della diplomazia Usa Mike Pompeo ha incassato il sostegno dell’Argentina sul confronto all’Iran, attraverso la designazione di Hezbollah, gruppo libanese legato a doppio filo con Teheran, come entità terroristica. Una scelta che potrebbe essere seguita da altri paesi della regione, dove i libanesi sono attivi in traffici anche connessi al mondo dei narcos. I Paesi dell’America del Sud stanno sposando la linea dell’amministrazione Trump contro l’Iran: il Brasile non permetterà più scali alle navi iraniane, Perù e Colombia hanno un accordo di polizia e intelligence per aiutare gli americani a tracciare gli Hezbollah nel subcontinente. E ieri il dipartimento di Stato ha offerto al governo colombiano la possibilità (ghiotta) di acquistare poco più di una dozzina di cacciabombardieri F-16, in una mossa che sembra rafforzare il paese confinante col Venezuela. Qualche mese fa, Bolton mostrò in pubblico, apparentemente per errore, un block notes con riferimenti alla possibilità di usare la Colombia, e il Brasile, come piattaforme per un’eventuale azione militare contro il Venezuela. Che secondo una dichiarazione del segretario di Stato, rilasciata a giugno al caucus del Senato sull’International Narcotics Control, facilita le attività con cui Hezbollah guadagna soldi col traffico di droga con cui finanziare le sue attività filo-iraniane in Medio Oriente.

(Foto: Twitter, @SouthernCommand, il Su-30 venezuelano fotografato dall’EP-3 americano)

Russia nei cieli, Iran a terra. Così gli Usa in Venezuela osservano gli avversari

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