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Durante l’annuale Bled Strategic Forum, incontro dal profumo geopolitico organizzato dal ministero degli Esteri sloveno, il ruolo più interessante ce l’ha avuto Matthew Palmer, nuovo inviato speciale per i Balcani del dipartimento di Stato americano. Al di là delle questioni intra-regionali, va subito detto che il principale impegno di Palmer riguarderà il contenimento della Cina nell’area, con un interesse che si proietta soprattutto sulla fascia adriatica e porti connessi. Ed è questo soprattuto a renderlo importante anche per la prospettiva italiana, che con la regione balcanica condivide un lineamento strategico (il Mare Adriatico), e un confine terrestre.

L’incarico di Palmer, secondo quel che riporta il comunicato con cui Foggy Bottom il 30 agosto ha ufficializzato la nomina, ha come scopo quello di “facilitare l’integrazione dei paesi dei Balcani con quelli dell’Occidente”, e questo, nella polarizzazione Usa-Cina che negli ultimi anni s’è andata inasprendo, significa anche che lavorare con alternative valide per far sganciare alcune di quelle nazioni da Pechino. Compito non facile, se si considera che è proprio lì che l’allungamento cinese verso l’Europa, ossia verso il cuore del mondo occidentale, sta giocando una delle sue dinamiche principali: l’accordo “16+1”, la cooperazione tra Cina e altri 16 paesi dell’Europa orientale e dei Balcani (acronimo: Cee) che sembrava portare benefici estremi al gruppo di paesi, ma ora è trattata con un certo scetticismo per gli scarsi risultati. La Cina ci sta usando, è più o meno il sentimento che esce da diverse di quelle cancellerie, scontente.

L’incarico a Palmer (che parla greco, serbo e giapponese) è un altro segnale di come gli Stati Uniti continuino a essere interessati a quanto succede nel Vecchio Continente, con un occhio attentissimo alle penetrazioni dei propri rivali. Su tutti la Cina, ma il caso dei Balcani è utile anche per inserire in questa categoria anche la Russia, che nella regione esercita da sempre la propria sfera d’influenza, e la Turchia, che sta lavorando nell’area sfruttando contiguità culturali. Palmer è restato in Europa dopo il Bled Forum per partecipare a Vienna alla riunione del Gruppo Quint, sistema di dialogo diplomatico multilaterale per la regione balcanica, composto da Francia, Germania, Italia e Regno Uniti.

Se lo sguardo americano non si distoglie dalla Cina, è anche perché Pechino sta pensando di usare l’area come una sorta di piattaforma di libero scambio che include chiaramente anche il bacino ristretto adriatico. E i collegamenti dal piano economico-commerciale potrebbero facilmente diventare politici. D’altronde sono i porti italiani del nord-est a fare da saldatura tra le rotte terrestri e quelle marittime della Nuova Via della Seta, l’infrastruttura geopolitica pensata da Pechino per agganciarsi all’Europa.

Interessante sotto quest’ottica il gioco di ruoli attorno a Trieste, il cui scalo marittimo è stato uno degli interessi pratici (gli altri ruotano tutti attorno al valore politico, come detto) che hanno portato Pechino a corteggiare l’Italia fino alla firma del memorandum d’intesa sulla Belt & Road Initiative. A inizio luglio, il governatore del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga, parlando su Radio24, ha fatto sapere che c’era un interessamento americano su alcune aree del porto triestino. Un annuncio arrivato pochi giorni dopo l’incontro con Matteo Salvini, il ministro degli Esteri ungherese, e il presidente dell’autorità portuale Zeno D’Agostino, per chiudere un investimento ungherese su 32 ettari di molo.

Il meeting aveva un valore politico profondo, perché l’Ungheria della presidenza Orbàn gioca una partita tripla: ha posizioni critiche sull’Europa che piacciono alla Lega, contatti e apprezzamenti da parte dell’amministrazione Trump (anche e soprattutto per quelle posizioni critiche con Bruxelles, che sono una chiave nelle relazioni attuali che gli Usa stanno portando avanti con gli europei), ma è un Paese molto collegato alla Cina.

Però in quel consesso leghista, come ci spiega una fonte del mondo diplomatico europeo, tutto era giocato in allineamento alle volontà americane sul bacino adriatico. Ossia rassicurare gli americani che a Trieste sarebbero entrati i cinesi, ma sarebbe restato  spazio anche per loro. Per altro in quella fase storica del governo gialloverde era la Lega a cercare di dimostrare di poter garantire a Washington compattezza su diversi dossier delicati, su tutti la Cina (per dire, il decreto approvato come prima mossa del Conte-2 sull’uso della Golden Power a protezione di alcuni appalti telco dalle ditte cinesi, era stato preparato dall’ex sottosegretario leghista a Chigi, Giancarlo Giorgetti).

L‘interessamento americano in chiave competitiva e di contenimento in una delle regioni in cui l’Italia muove la sua sfera geopolitica diventa dunque un elemento da tenere a mente e un messaggio ulteriore al nuovo governo. L’esecutivo M5S-PD ha gli occhi puntati da Washington, perché gli Stati Uniti temono apertamente che possa continuare (o addirittura peggiorare) l’esposizione italiana a Pechino. Questione che nel confronto globale Usa-Cina è tutt’altro che gradita.

L’inizio non è stato tra i più convincenti per gli americani. Il leader grillino Luigi Di Maio, colui che attraverso il Mise che guidava aveva aperto le porte italiane ai cinesi promuovendo l’adesione alla Bri, è passato alla Farnesina, ossia ha un ruolo che dovrebbe essere ben più centrale nella politica estera italiana. E ha già scelto — con una rapidità e una convinzione inusuale — di nominare l’ex ambasciatore a Pechino, Ettore Sequi, come capo di gabinetto. Se Di Maio è stato il simbolo politico della firma italiana sul memorandum, Sequi, insieme all’ex sottosegretario legista al Mise, è stato motore e promotore del programma d’adozione italiano su un progetto che vede nei porti dell’Adriatico la cintura verso nord che parte dal Pireo cinese.

(Foto: dipartimento di Stato Usa)

La competizione Usa-Cina si sposta nei Balcani e nell’Adriatico. Dov’è l’Italia?

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