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Armando Siri va a casa, non sarà più sottosegretario del governo Conte. Lo ha ufficializzato il presidente del Consiglio in una conferenza stampa convocata questa sera. Conte porrà all’ordine del giorno del prossimo consiglio dei ministri la revoca del sottosegretario.

Si chiude così, politicamente, la vicenda che ha caratterizzato le ultime due settimane politiche, soprattutto per la maggioranza. È indubbiamente un successo del M5S anche se Conte è stato bravo a cercare di smussare e a smontare la retorica del vincitori e vinti. Non è entrato nel merito della vicenda, non ne ha fatto una bandiera. Ha formulato un discorso improntato alla sobrietà e al buon senso.

Fatto sta che le dichiarazioni più ragionevoli sono arrivate da Di Maio. E cioè che si è voluti arrivare – la Lega è voluta arrivare – a un braccio di ferro che da inutile si è rivelato controproducente. Di Maio non ha maramaldeggiato, anche se ovviamente ha incassato un importante successo politico a tre settimane dal voto.

L’alleanza con Salvini è salva. Scacchisticamente, chi ha dovuto sacrificare una pedina è stato il leader leghista. Che ha dovuto abbozzare, anche se sta fronteggiando e dovrà fronteggiare il crescente malumore dei suoi. La parola d’ordine del ministro degli Interni è che la conta avverrà nelle urne, sarà il 27 maggio il giorno del redde rationem, in cui si potranno realmente misurare i rapporti di forza.

Resta il dato politico. I Cinque Stelle, che da qualche giorno avevano interrotto la loro propaganda sul sottosegretario alle Infrastrutture, portano a casa un inequivocabile successo politico. E potranno sbandierarlo in campagna elettorale, in nome dell’onestà che è sempre stato uno dei loro principali cavalli di battaglia.

L’altro vincitore è Conte che ha sbrigato la pratica con discrezione e determinazione. Al momento opportuno, ha deciso e lo ha fatto tutt’altro che in maniera pilatesca.

Siri

Siri è fuori. Ma Salvini e Di Maio non rompono (Conte gode)

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