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Per essere un nome suggestivo lo è. I Panda bond di matrice italiana si preparano a sbarcare sul mercato con l’obiettivo di finanziare le imprese italiane che aprono i battenti in Cina o già sono attive nell’economia del Dragone. Ieri il ministro dell’Economia Giovanni Tria, ha dato l’annuncio, incontrando il suo omonimo cinese, Liu Kun, nell’ambito del forum finanziario Italia-Cina a Milano: si concretizzerà a giorni la prima emissione di Panda bond italiani.

PANDA BOND IN ARRIVO

Al momento si tratta di 150 milioni di euro, su un totale previsto di circa 650 milioni, pari a 5 miliardi di yuan, targati Cassa Depositi e Prestiti.  In realtà per la prima emissione di titoli pensati per raccogliere denaro sul mercato cinese da girare alle aziende italiane in loco, manca ancora l’autorizzazione finale della banca centrale cinese. Ma le parole del ministro lasciano intendere che il traguardo stia per essere tagliato. Le risorse serviranno a finanziare l’internazionalizzazione delle imprese italiane nella Repubblica popolare, grazie a un’operazione che rientra nella più ampia strategia di sostegno alle aziende che guardano alla collaborazione con la Cina e a opportunità di business lungo la Via della Seta. C’è però chi ha più di un dubbio sull’operazione Panda bond. Qualcuno come Alberto Forchielli, economista, giornalista e grande esperto di questioni asiatiche.

I (TANTI) DUBBI DI FORCHIELLI

“Ad essere onesti mi pare solo un’operazione di facciata, che non porta effettivi vantaggi. Non siamo, in Cina, alle prese con una fase espansiva e dunque francamente non so cosa potrebbero farsene le imprese italiane in Cina di questi soldi”, premette Forchielli. “Siamo dinnanzi a un mercato che non è mai decollato, non è mai partito. Anche il Portogallo ne ha fatto uso, ma con quali vantaggi? Mi domando se le stesse imprese credano a questo tipo di operazione, secondo me no. Non ci credevano allora e non ci credono ora”. Lo scorso maggio, il Portogallo è infatti diventato il primo Stato della zona euro a lanciare un emissione in yuan sul mercato cinese. Il collocamento dei titoli di Lisbona corrisponde a un’obbligazione ammonterà a 2 miliardi di renmibi, pari a 240 milioni di euro, con una scadenza a 3 anni.

Tornando al caso italiano, sui possibili rischi derivanti dai Panda bond, con la Cina che potrebbe mettere le mani sulle nostre aziende sul posto, Forchielli è ugualmente lucido. “Assolutamente no, stiamo parlando di un mercato piccolo, troppo, Pechino non è più esportatore di capitali da infilare dentro le aziende, semmai ne è cacciatore e questo per bilanciare il suo surplus commerciale”.

DA MILANO A PECHINO

L’esperto ne ha anche per i lavori di ieri tra Tria e Kun, a Milano. Anche qui l’analisi è cruda. “Tutta fuffa, o quasi, gli accordi di ieri non rappresentano un avvicinamento alla Cina, la Cina è già vicina a noi. Se si volesse fare davvero contenti i governi di Roma e Pechino allora bisognerebbe togliere un po’ di volontà politica per far posto all’essenza economica. E ieri di essenza ne ho vista poca. Per esempio non si è capito una cosa: che la via della Seta non è una barzelletta, ma la Cina con ogni probabilità non avrà le risorse necessarie per sostenerne lo sforzo, dovrà indebitarsi per farlo. Questa è per esempio una vera discussione”.

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