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C’è grande fermento in casa Mediaset. Stoppato il nemico francese Vivendi, la famiglia Berlusconi ha stretto la presa sul Biscione con la cassaforte Fininvest che detiene oggi poco più del 41% dell’azienda media. Infine per concludere l’arrocco avviato mesi fa, il consiglio di amministrazione di Cologno Monzese ha preparato il regolamento sul voto doppio degli azionisti di lungo periodo.

La misura non è ancora definitiva, ma potrebbe diventarlo il prossimo 14 maggio prossimo, data in cui è prevista la trimestrale Mediaset. Secondo indiscrezioni di stampa, non smentite, il consiglio del Biscione intende escludere dal beneficio del voto doppio il socio Vivendi (28,8% del capitale) con cui Fininvest ha in corso un contenzioso dai tempi del dietrofront francese alla compravendita della pay-tv Premium. Del resto, secondo diversi osservatori, il no al voto maggiorato francese sarebbe una logica conseguenza della posizione di Fininvest che ha accusato il gruppo della famiglia Bolloré di aver violato i patti di non belligeranza siglati in occasione della compravendita di Premium.

GLI SPUNTI DI RIFLESSIONE

Se Fininvest abbia torto o ragione sarà solo la magistratura a stabilirlo. Ma intanto l’intera faccenda offre vari spunti di riflessione per gli investitori internazionali che pure vedono nel mercato italiano interessanti opportunità di shopping. Innanzitutto da quando Bolloré ha tentato la scalata a Mediaset sono trascorsi quasi tre anni. Ma in realtà l’accordo sulla compravendita di Premium è addirittura antecedente e risale all’aprile del 2016. Eppure in così tanto tempo non è stato possibile arrivare ad un giudizio definitivo. Con danno per tutte le aziende in gioco: da Vivendi a Mediaset passando per Premium c’è sempre la spada di Damocle relativa a come finirà questo conflitto franco-italiano.

L’OMBRA DELLA LEGGE GASPARRI

Intanto sulla questione sono intervenute buona parte delle autorità indipendenti nazionali: dall’Antitrust all’Agcom senza mai riuscire neanche ad identificare una soluzione “di compromesso” ai limiti imposti dalla legge Gasparri per il possesso incrociato di quote nei media e nelle telecom. Da parte francese, non sono mancati i tentativi di tornare ad una governance più “normale”: Vivendi che, oltre ad aver investito in Mediaset è anche socio di peso in Telecom Italia, ha spacchettato in due la sua partecipazione nel Biscione: ha mantenuto per sé il 9% e ha affidato il resto ad un trust indipendente, la Simon Fiduciaria del gruppo Ersel. Ciononostante, all’assemblea di Mediaset, l’azienda francese non ha mai potuto esercitare il diritto di voto, il più rilevante diritto di un socio azionista.

INVESTITORI ALLA FINESTRA

L’intera faccenda non è insomma certo un bel bigliettino da visita per gli investitori internazionali. Non a caso, nonostante gli analisti siano convinti che prima o poi Mediaset sarà al centro di una grande operazione internazionale, l’azione del Biscione galleggia attorno ai livelli d’inizio 2016 e cioè a quando è iniziata la battaglia fra la famiglia Bolloré e i Berlusconi. Lunghi tempi dei contenziosi ed ampi spazi interpretativi delle norme lasciano perplessi i grandi investitori stranieri. Non solo nel caso Mediaset, ma, mutatis mutandis, anche in altri casi decisamente più spinosi come Parmalat, Mps, le banche venete. Come se non bastasse poi, non sono pochi i grandi investitori ad interrogarsi sul ruolo delle aziende di Stato come Cassa Depositi e Prestiti che entrano in gioco nell’azionariato di società quotate come Telecom sulla spinta del governo di turno. Il risultato è che, al di là delle singole storie, gli investitori esteri vedono una gran confusione sul mercato italiano. Così spesso e volentieri preferiscono stare alla finestra riducendo di fatto le potenzialità di Piazza Affari che, invece, grazie a nuovi capitali internazionali, potrebbe invece fare da volano per la ripresa economica del Paese.

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