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UN ALTRO ATTO DELLA GUERRA COMMERCIALE

Il Pentagono pensa a un piano per aiutare le piccole e medie imprese dei settori legati alla sicurezza nazionale a evitare la tentazione cinese, entrando nel pieno merito della guerra economico-commerciale tra Cina e Stati Uniti.

È la Difesa che scende in un campo economico, rappresentazione plastica di come tutti gli ambiti della diatriba tra Washington e Pechino siano una sorta di warfare.

Di fronte alle tattiche cinesi di creare società di private equity e investire in tecnologia americana (condizione che poi a volte si porta dietro una serie di pratiche scorre come il furto di proprietà intellettuale e la cessione forzata di know-how) s’è messo in moto il Pentagono, entrato direttamente sul territorio degli investimenti stranieri. Il nuovo strumento che la Difesa sta preparando dovrebbe portare gli investitori statunitensi ad aumentare l’impegno in società vitali per il settore industriale della difesa.

Le mosse cinesi di penetrazione in piccole e medie imprese, sia negli Stati Uniti che altrove, sono molto più diffuse rispetto a quelle in industrie giganti, e sono principalmente concentrate su settori tecnologici, anche collegati al mondo militare, da cui cui acquisire profitto, ma soprattutto succhiare conoscenze.

È una questione enorme, legata anche allo scontro sul commercio.

I CONTRODAZI CINESI 

Oggi intanto la Commissione sulle tariffe doganali del Consiglio di Stato cinese ha annunciato che dal primo giugno Pechino alzerà nuovi dazi da 25, 20, 10 per cento su circa 60 miliardi di dollari di prodotti importati dagli Stati Uniti (una lunga lista, oltre duemila singole voci, dal mondo agricolo a quello della tecnologia: spinaci surgelati e lampadine al led). Si tratta di una contromossa di rappresaglia che segue la decisione americana di aumentare le tariffazioni su 200 miliardi di beni che la Cina esporta negli Usa, arrivata venerdì, e la successiva dichiarazione con cui Donald Trump ha detto di aver dato ordine di studiare il piano per aumentare anche quelle sui restanti 300 miliardi di prodotti Made in PRC importati e ancora non tassati.

È il pieno della guerra commerciale. Ieri il rappresentante al Commercio dell’amministrazione statunitense, Robert Lighthizer – falco anti-Cina che ha condotto i negoziati fino a venerdì scorso, quando la controparte cinese Liu He ha lasciato Washington con un nulla di fatto – ha ribadito che la linea americana è quella di premere sul confronto. Come detto dallo stesso Trump in una serie di tweet, secondo il suo modo di vedere, i dazi sono il miglior strumento con cui portare la Cina a un accordo commerciale.

LE IMPRESE DELLA DIFESA

È stato in quello stesso giorno in cui si dava il via alla nuova ondata di dazi americani e Liu lasciava i colloqui di Washington, che Ellen Lord, la responsabile delle acquisizioni del Pentagono, ha annunciato il lancio del programma “Trusted Capital Marketplace”, o TCM, che consiste nel tentativo di creare quella partnership pilota pubblico-privato che riunirà investitori pronti a spendersi per piccole e medie imprese innovative e strategiche nei settori della sicurezza nazionale.

L’idea del Pentagono è di creare un muro Made in Usa per impedire penetrazioni e risponde a una domanda sollevata da diversi analisti: cosa fanno gli Stati Uniti per proporre un’alternativa all’ingresso di capitale cinese che per certe ditte potrebbe essere un’occasione vitale?

PATRIOTTISMO

Per esempio, nel 2016 la Commissione per gli investimenti esteri statunitense aveva bloccato l’ingresso di una private equity cinese nel capitale di una piccola società americana che produceva chip da poter usare anche in ambito militare, ma non aveva offerto a quella società un’alternativa. Il TCM dovrebbe essere questo, l’alternativa giocata in anticipo: investimenti americani creati per escludere la tentazione cinese. Iniezioni di capitali che secondo Lord dovrebbero però essere fatti non solo per ritorno economico, che ci sarà comunque, ma innanzitutto “per dovere patriottico”.

“Abbiamo alcuni incredibili patrioti che sono venuti da noi e hanno detto: Siamo interessati a mettere i nostri soldi da qualche parte che farà la differenza per la nostra difesa nazionale‘ – ha detto Lord – e francamente penso che davanti a questa necessità non soddisfatta qualcuno come il governo potrebbe fornire un ecosistema per farla funzionare”.

IL PIANO DEL PENTAGONO NEL QUADRO GENERALE DELLO SCONTRO

È uno dei tanti tasselli del confronto Usa-Cina, in cui il piano commerciale è soltanto uno sfogo, in uno scenario molto più amplio, globale, che tocca tutti i possibili punti di contatto dove si giocherà la competizione e il destino futuro delle prime due potenze del mondo.

Gli Stati Uniti pressano, stressano la situazione lasciando la porta aperta per un’intesa onnicomprensiva, ossia includente di questioni più profonde, come l’accesso al mercato, i furti di proprietà intellettuale, la cessione obbligata di know-how. Questi aspetti sono cruciali: se il riequilibrio commerciale è una necessità su cui Trump batte anche in senso elettorale, perché è un elemento sullo sbilanciamento dei rapporti tra Washington e Pechino su cui ha fatto girare molta retorica durante le campagne elettorali, tutto il resto è il problema reale.

Gli investimenti cinesi su cui vuole lavorare il Pentagono appunto, il furto di proprietà intellettuale e di segreti commerciali statunitensi; e poi trasferimenti forzati di tecnologia, politica della concorrenza, accesso a servizi finanziari e manipolazione valutaria. Sono situazioni a tratti oltre il limite del diritto commerciale internazionale con cui Pechino ha giocato concorrenza sleale nel gigantesco piano per sorpassare gli Usa come prima potenza al mondo.

 

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