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È per tutti difficile prevedere quando e come (o addirittura “se”) il Regno Unito uscirà dall’Unione europea, tanto discordanti sono le spinte e gli interessi in gioco.

Da un lato gli elettori che tre anni fa hanno votato per l’uscita e temono che l’accordo raggiunto dalla premier Theresa May con l’Unione europea possa rinviare a tempo indeterminato la Brexit, dall’altra un Parlamento diviso su tutto e senza un’idea chiara sul futuro del Regno Unito, su un fronte ancora diverso il mondo imprenditoriale britannico, preoccupato delle previsioni che ipotizzano una perdita di 8 punti del Pil. Se la premier Thatcher riuscì ad attirare gli investimenti di Nissan, Toyota, Honda, Hitachi, che hanno creato stabilimenti utilizzando il Regno Unito come testa di ponte per il mercato unico europeo, ora è soprattutto l’industria automotive (ma anche chimica e farmaceutica) a fare i conti con il riposizionamento delle frontiere e a minacciare di andarsene.

Sicuramente Londra ha aspettative troppo ambiziose e di difficile realizzazione. Vorrebbe spezzare uno dei pilastri dell’Unione, le quattro libertà fondamentali, riservandosi un libero accesso per le merci e i capitali verso l’Europa, ma escludendo la libera circolazione delle persone, una delle motivazioni forti del voto, contro “l’invasione” di immigrati e cittadini europei.

Sul versante europeo, però, come ha detto Martin Schultz allora presidente del Parlamento europeo in visita a Londra, “c’è una chiara maggioranza del Parlamento europeo nel ribadire che le quattro libertà fondamentali sono inseparabili. Non ci può essere libertà di merci, capitali e servizi, senza libertà di movimento delle persone. È impensabile un’Europa in cui gli hedge fund sono liberi di attraversare le frontiere mentre i cittadini non possono farlo. Una gerarchia tra le quattro libertà è inaccettabile”.

Il Regno Unito vorrebbe, al contrario, avere accesso al mercato unico, ma riprendersi il controllo sulla politica dell’immigrazione, sulle leggi e sul ruolo della Corte di giustizia europea, sul libero scambio con altri Paesi. Nel Parlamento inglese si discute molto, in questi giorni, di modelli alternativi di collaborazione commerciale con l’Unione europea e, in particolare, di modello Norvegia e modello Turchia, ma questi accordi portano con sé aspetti che non li rendono concretamente attuabili.

La Norvegia, da un lato ha accesso al mercato europeo e non è parte dell’unione doganale, cosa che le consente anche di aprirsi ad accordi di libero scambio con altri Paesi. Il rovescio della medaglia, però, sembra troppo pesante per poter essere accettato oltremanica. La Norvegia, infatti, è tenuta a contribuire annualmente al budget europeo e ad applicare la normativa dell’Unione. Sono aspetti di marcato contrasto con alcuni punti forti della campagna referendaria: come non ricordare la promessa di Farage (presto smentita dopo la vittoria) di bloccare subito l’invio settimanale 350 milioni di sterline a Bruxelles o di riprendere il controllo delle proprie leggi? Con il modello norvegese, il Regno Unito non sarebbe più un Paese law-maker, ma law-taker, ossia non contribuirebbe più all’approvazione dei testi normativi europei, ma sarebbe comunque obbligato a rispettarli, idea improponibile per il Paese capo del Commonwealth e con la più antica tradizione parlamentare.

Anche il “modello Turchia”, ossia un’ampia unione doganale che consenta il libero scambio di beni, escludendo il movimento delle persone, presenta aspetti non accettabili oltremanica. L’unione doganale, infatti, comporterebbe, per il Regno Unito, l’obbligo di mantenere la stessa tariffa doganale dell’Unione europea, precludendole accordi di libero scambio e alleanze commerciali, come il già annunciato accordo con gli Stati Uniti. Ma a che serve uscire dall’Europa se poi non si è liberi di scegliere altre alleanze? Una domanda che non trova risposta in questo modello.

C’è poi il nodo, inestricabile, dell’Irlanda, che per gli accordi del Venerdì santo non può reintrodurre una frontiera fisica tra i due Stati, ma nessuno sa come possa funzionare una frontiera doganale senza confini fisici, con il rischio concreto che il confine sia, di fatto, spostato agli scambi tra Irlanda del nord e Inghilterra.

Dopo tre anni di discussione, questi temi rimangono irrisolti, con il rischio concreto che un no-deal sia la soluzione più probabile.

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