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Oggi si gioca la sfida finale per il Venezuela. I gruppi di volontari e le associazioni umanitarie di mezza America cercheranno di entrare dalla città di Cucuta in Colombia. Si tratta di forzare la mano e portare svariate centinaia di tonnellate di aiuti, essenziali per salvare un Paese alla fame, dove si muore negli ospedali e ci si dispera nelle strade. Ieri il Venezuela Aid Live, il concerto promosso dal milionario inglese Richard Bronson, ha avuto un successo clamoroso, con la partecipazione di decine e decine di artisti tra i più famosi del mondo latino, eserciti di giornalisti, uomini di Stato, addirittura presidenti di vari Paesi del continente. Soprattutto le centinaia di migliaia di persone sotto il palco sono giunte anche dal Venezuela, nonostante gli sbarramenti della polizia politica di Maduro, e tra questi, sorprendendo tutti e correndo sul ponte di frontiera, il presidente incaricato, Juan Guaidó.

Il concerto era per il Venezuela, ma il messaggio è stato più forte ed esplicito: il tempo delle dittature marxiste in America Latina è finito. Così il 23 febbraio è una data decisiva, per il devastato Paese dei Caraibi, come per la geopolitica americana e globale. Guaidó ha ridato coraggio a un’opposizione a pezzi, dopo le tremende repressioni del 2017 e l’uccisione di personaggi-simbolo, come il pilota Oscar Perez. Ha ottenuto il sostegno di tutti gli strati sociali e dei 4-5 milioni di venezuelani fuggiti all’estero. Maduro è solo in Venezuela. Ieri, al contro-concerto organizzato in suo sostegno, c’era uno spazio completamente vuoto. Il suo vero nucleo duro sono i 2000 generali (il doppio degli USA!) a cui sono stati dati soldi e potere, e che temono di perderli, ove non di essere estradati per narcotraffico. Se dovrà uscire un vincitore, tra il presidente Guaidó, nominato un mese fa dall’Assemblea nazionale, e l’aspirante dittatore Maduro, che cerca a ogni costo di difendere il suo potere, non è meno importante il braccio di ferro tra democrazie e autocrazie americane e globali.

La sfida è globale. Per la prima volta, dalla fine della Guerra fredda, tutta la democrazia mondiale si è schierata, dal Giappone al Canada, contro un regime dittatoriale, mentre le autocrazie asiatiche, dalla Russia all’Iran, lo sostengono. La partita è soprattutto americana, e decisiva. Le sinistre del Foro de São Paulo, che avevano conquistato buona parte del continente, sono state spazzate via ovunque, accusate di corruzione o autoritarismo in Argentina, Colombia, Perù e nei Paesi minori. La vittoria di Bolsonaro in Brasile e quella di Duque in Colombia hanno definitivamente isolato il regime di Maduro. Infatti, se l’autocrate nel 2017 poté scatenare la più temibile repressione della storia latina recente (paragonabile solo alla ferocia degli uomini di Ortega in Nicaragua), contando anche sulla neutralità del vecchio presidente colombiano, Santos, e sulla paralisi del Brasile, dove gli uomini di Lula a speravano di tornare al potere, oggi gli equilibri sono notevolmente cambiati.

Lo scenario è ribaltato e coinvolge tutto il continente. Proprio il presidente colombiano, protagonista assoluto della gestione della crisi, interpreta una potente offensiva continentale contro la dittatura. Di fatto la coordina, insieme all’uruguayano Luis Almagro, segretario dell’Organizzazione degli stati americani, da sempre la testa del liberalismo anti-autoritario, e con il senatore repubblicano di origine cubana Marco Rubio. Larga parte dei presidenti democratici della regione sono schierati, convinti di poter ottenere un traguardo storico, liberare il Venezuela per stabilizzare la regione, eliminando le dittature marxiste. Inoltre, se il dittatore dovesse risultare sconfitto, non ci sarà neppure una retrovia per i gruppi narco-terroristi e, tra questi, il principale nemico dei colombiani, l’Eln, i cui dirigenti sono proprio a Cuba e per i quali il governo colombiano chiede l’estradizione.

Gli autocrati latini sono paradossalmente sulla stessa linea. Fidel Castro decise la nomina di Maduro, a lui fedelissimo, mentre Chavez era malato terminale a Cuba, e tra i suoi era iniziata la faida per la successione. Il governo cubano, vista la rotta del Foro nel continente, individuò nel Venezuela il terreno difensivo per difendere il suo regime e continuare una linea di presenza geopolitica rilevante dopo il 2006. Ora che la strategia di contenimento è fallita, sia il leader cubano Bruno Rodriguez che Ortega hanno compreso che ora la resistenza di Maduro al governo è cruciale anche per la sopravvivenza dei loro regimi. Ed è per questo che sia Raul Castro che i narcotrafficanti dell’Eln stanno mostrando ogni tipo di supporto affinché Maduro protegga la sua posizione.

L’organizzazione dell’Eln tre settimane fa ha fatto esplodere un’autobomba nel centro di Bogotà, con la speranza di modificare l’agenda politica colombiana, ma hanno ottenuto l’effetto opposto. Temono ora di finire in carcere (al loro fianco ci sono settori delle Farc legati al narco traffico e gruppi come Hezbollah).

La partita del 23 febbraio è diventata la sfida per l’America. Se l’opposizione viene sconfitta, Cuba può tentare di mantenere in piedi il regime, e i loro amici asiatici di ampliare le reti in America. Se cade la dittatura, russi e cinesi registreranno la prima sconfitta dopo la fine della Guerra fredda e  per i Paesi americani si aprirebbe una stagione di stabilizzazione democratica del continente, nonché una sfida finale con le narco-guerriglie. La partita è aperta, ma molte cose sono già scritte. Innanzitutto, la mobilitazione impressionante del continente, con un’ondata di entusiasmo democratico che ha cambiato la storia dell’America latina. I milioni di venezuelani che anche ieri si sono riversati in ogni strada per protestare e tentare di aprire i ponti, forse ci dicono che dopo il 23 febbraio non si tornerà indietro.

Abrams venezuelana, Guaidó

Venezuela, oggi la partita decisiva (anche per l'America)

Di Carmine Pinto

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