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Il Parlamento europeo ha approvato ieri le nuove regole sul diritto d’autore. 348 sì, 274 no e 36 astenuti. Le nuove norme Ue sul Copyright, che includono salvaguardie alla libertà di espressione, consentiranno a creatori ed editori di notizie di negoziare con i giganti del Web il pagamento di compensi per l’utilizzo di contenuti coperti da diritti d’autore. “Questa direttiva, da molti, specie a Bruxelles, è stata considerata una dei pillar del cosiddetto Digital Single Market, ma personalmente sono un po’ scettico”. Così ha affermato a Formiche.net Guido Scorza, avvocato e docente esperto di privacy e diritto delle nuove tecnologie.

Scorza, la nuova Direttiva Copyright, secondo lei è un bene o un male?

La mia posizione è di chi la ritiene negativa, fermo restando che tutte le posizioni sono oggi egualmente lecite e posto che purtroppo mancano all’appello studi e ricerche sull’impatto della direttiva sulla società e sui mercati. È negativa essenzialmente perché è una direttiva che dovendo identificare una posizione di equilibrio tra due diritti fondamentali secondo la Carta Europea dei diritti, il diritto d’autore e la libertà d’informazione, ha scelto di far pendere la bilancia assai di più dalla parte del diritto d’autore – con una ipertutela riconosciuta ai titolari dei diritti – che dalla parte della libera circolazione dei contenuti, delle idee e delle informazioni e quindi dalla parte della libertà di informazione. Questi errori normalmente nel tempo si pagano.

Ci spieghi meglio

La legge sul diritto d’autore è un’opera d’arte straordinaria ma è anche basata su uno scambio equo tra la privativa autorale e il risultato della creatività dell’autore messo a vantaggio della collettività. Qui mi sembra che la direttiva sacrifichi gli interessi dell’una, cioè della collettività, a tutto vantaggio degli interessi – peraltro tutti da verificare in concreto – dei titolari dei diritti.

Si può dire quindi un doppio giro di vite del Parlamento europeo nei confronti delle piattaforme?

La cifra distintiva più significativa è rappresentata dal fatto che nella sostanza questa direttiva prende dei soggetti, gli over the top, che a torto o ragione – forse anche in ragione di una disciplina un po’ superata dai tempi della famosa direttiva e-commerce – considerati sin qui intermediari dell’informazione e della comunicazione e li rende di fatto editori. Nel momento in cui impone a Google, Facebook e agli altri gestori delle grandi piattaforme di procurarsi una licenza per consentire agli utenti di pubblicare dei contenuti, si finisce per rimettere a questi soggetti la scelta di cosa pubblicare o meno.

La commissaria al digitale Mariya Gabriel ha commentato l’approvazione definendolo un momento cruciale per la cultura europea e l’economia digitale. Qual è la sua opinione?

In effetti, questa direttiva, da molti, specie a Bruxelles, è stata considerato uno dei pillar del cosiddetto Digital Single Market, ma personalmente sono un po’ scettico. In questo momento l’orizzonte più realistico che abbiamo davanti è che in realtà di qui a due anni di questa direttiva ci sarà un recepimento in maniera tanto diversa nei singoli ordinamenti che quel Mercato Unico europeo dei contenuti digitali che in parte è il soggetto che questa direttiva vorrebbe correggere, tutelare e promuovere potrebbe risentirne. Rivendico con forza un’eccezione europea che è eccezione culturale, nella quale la libertà di informazione l’abbiamo inserita nella nostra Carta, quindi qualsiasi Istituzione Europea nel parlare di uno dei pillar, di uno dei diritti o principi fondamentali su cui è costituita l’Unione dovrebbe ricordarsi dell’esistenza di tutti gli altri.

La direttiva infatti non sarà legge nei singoli Paesi dell’Unione prima del 2021. Cosa rischia ora il diritto d’autore in Europa e quale sarà la posizione dell’Italia?

È abbastanza facile immaginare uno scenario di qui a due anni, anche perché gli schieramenti dei Paesi nei singoli Stati Membri sono chiari, l’Italia è contraria – almeno all’art. 11 e 13 così come sono stati scritti- mentre la Francia è favorevole. Quindi ci potrebbero essere Paesi che finiranno per essere i paradisi dei gestori delle piattaforme con regimi di responsabilità nella cornice della direttiva ma comunque affievoliti e Paesi che invece finiranno per essere i paradisi dei titolari dei diritti con regimi di responsabilità nella cornice della direttiva ma incredibilmente aggravati. Naturalmente la posizione la fanno i governi e in un contesto di instabilità quale quello che stiamo vivendo oggi è facile dire cosa potrebbe accadere domani in Italia, ma non tra uno o due anni quando ci appresteremo a recepire la direttiva.

Piattaforme, editori, utenti, sono cittadini di quella comunità globale che, per brevità, abbiamo chiamato “Web”. Oggi, secondo lei, l’uno potrebbe “vivere” senza l’altro?

Senza dubbio no, se viceversa fosse stato facile immaginare che il titolare dei diritti, piuttosto che l’editore potesse fare a meno della piattaforma user generated content o della piattaforma di aggregazione posso immaginare che non saremmo nemmeno arrivati qui. I grandi editori di giornali avrebbero chiesto e ottenuto da Google l’indicizzazione dei loro contenuti dalle piattaforme, i titolari dei diritti avrebbero chiesto e ottenuto altrettanto – salvo i casi di pirateria. Il vecchio e il nuovo dell’intrattenimento e dell’informazione avrebbe proceduto su vie parallele, ma non è accaduto niente di tutto ciò. La realtà è che nessuno al momento ha elementi scientifici sulla cui base dire che questa direttiva sarà buona o cattiva, liberticida o restrittiva, per l’industria dei contenuti.

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