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Il 25 luglio del 1943 cadeva, in Italia, il regime fascista, che implose con il voto di sfiducia del Grande Consiglio, nei confronti di Benito Mussolini. Da allora sono passati tre quarti di secolo, ma ancora oggi su quel lungo periodo della storia italiana non è possibile esprimere un giudizio diverso da quello dato dalla cultura militante. Quella, tanto per capire, che aveva nel “Lungo viaggio. Contributo alla storia di una generazione” di Ruggero Zangrandi, pubblicato nel 1948 e poi ampliato nel 1962, un punto di riferimento obbligato.

Tutto bene. Su quei testi si è formata una buona parte delle nuove generazioni. Che tuttavia non hanno escluso dal loro panorama culturale contributi altrettanto importanti. A partite da quelli di Palmiro Togliatti (Lezioni sul fascismo) e la sua definizione fulminante, secondo la quale il fascismo altro non era che un regime reazionario, ma a base di massa. Concetto necessario per cogliere il dato di un consenso reale, seppure “passivo”.

Per poi giungere al grande sforzo analitico di Renzo De Felice, con i suoi quattro minuziosi volumi rivolti, per conto dell’Editore Einaudi – non certo un nostalgico del bel tempo andato – a ricostruire, in tutti i possibili chiaro – oscuro, gli elementi di una vicenda così travagliata e complessa. Renzo De Felice: l’eretico. Il revisionista. Al quale la cultura militante della sinistra non ha mai perdonato il tentativo di essere andato oltre i luoghi comuni. E dare del fascismo una spiegazione meno consolatoria. Non semplice parentesi: come aveva insegnato Benedetto Croce. Ma una delle possibili metamorfosi di quel “legno storto” che è stato tutta la vicenda del ‘900.

Storie di altri tempi. Quando il muro di Berlino non era ancora crollato ed il comunismo di rito sovietico era ancora una potente componente del pensiero politico europeo. Capace di influenzare non solo la cultura italiana, ma quella francese, portoghese e spagnola. Solo per citare i casi più importanti. Ma oggi si può avere ancora “fiducia nella possibilità di discutere con serenità del nostro passato”? Come sostenne lo stesso De Felice nella sua intervista al Corriere della Sera, con Giuliano Ferrara, nel lontano 1988. A giudicare dalla reazione alle parole di Antonio Tajani, sembrerebbe di no.

La colpa del presidente del Parlamento europeo è stata quella di non aver aderito all’idea che ogni cosa, realizzata in Italia, in quel periodo non fosse altro che sterco del Demonio. Che l’estensione del welfare, dopo i grandi lutti della guerra; la nascita di una governante economica complessa (dall’IRI alla Banca d’Italia); le grandi opere di bonifica: tutte cose da sminuzzare nel tritacarne di un’ideologia al servizio di una precisa strategia politica. Quella, per essere chiari, della Terza Internazionale comunista e dei fronti popolari da erigere, come quinta colonna, in difesa della Patria socialista.

Che poi il fascismo sia stato quello che è stato sul terreno della mancanza di libertà politica, di violenza nei confronti degli oppositori, e via dicendo: nulla questio. E che non possa costituire, oggi, un “modello” cui ispirarsi: chi può negarlo? A condizione, tuttavia, di non dimenticare che nel ‘900 solo la cultura anglo-sassone, nel cupo panorama di quel periodo, fu esente da questo difetto. Mentre altrove trionfava il bolscevismo la cui violenza politica non era certo minore, non tanto di quella nazista. Ma certamente di quella fascista.

Dovremmo, quindi, finirla di avere una testa rivolta al passato e guardare alla nostra storia nazionale avvolgendola in un cono d’ombra che non consente di cogliere il perché di tanti avvenimenti. Che non sono nati per caso, ma sono stati il frutto di contraddizioni, che ancora oggi ci rifiutiamo di analizzare. Si pensi solo al rivoluzionarismo parolaio che accompagnò gli anni immediatamente successivi alla fine della Prima guerra mondiale. E che in qualche modo si è riproposto durante gli “anni di piombo”. Ai miti che ancora permangono e che riaffiorano, come torrenti carsici, nei momenti di crisi. Tajani, nel dire le cose che ha detto, ha rifiutato di sottostare ancora a questi condizionamenti. Naturalmente nel merito si può non condividere. Ma di nuovi roghi contro gli eretici non se ne sente proprio il bisogno.

Chi ha paura di Antonio Tajani?

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