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Libero e forte a chi? Questa domanda è la presa d’atto di una mancanza. Il vuoto di classe dirigente rispetto a un popolo smarrito. Le recenti celebrazioni della ricorrenza dei 100anni dell’Appello ai liberi e forti, di sturziana memoria, stanno avendo risalto per il gran numero di manifestazioni; queste sono il frutto di sollecitazioni provenienti anche da alte autorità della Chiesa italiana. Potremmo dire che, al di là di coloro che si riconoscono nel popolarismo sturziano – cioè l’area politico sociale di centro-centro, laica e di ispirazione cristiana- molti sono stati sospinti verso le celebrazioni in quanto costretti dai richiami sopra indicati; altri, dall’evidenziarsi di una stagnazione culturale, oltre che dal confuso periodo istituzionale e dalla paura della recessione. Alcuni, invero, marcano la loro presenza perché fiutano l’avvicinarsi di periodi elettorali. Quindi, il primo tema da esaminare è: Liberi e Forti di convinzione o di convenienza? Il secondo, sarà: la chiamata a chi spetta? Il terzo: a cosa serve chiamare a raccolta il popolo?

Del primo, già dal 1924 (imposizione dell’esilio a don Sturzo) conosciamo quanto danno hanno fatto alla politica laica di ispirazione cristiana i popolari di convenienza. Quelli pragmatici, pronti a spostare l’accento politico dai valori ideali (personalismo cristiano, corpi intermedi, comunità locali, libertà d’impresa, d’insegnamento, culturale e religiosa), a quelli venali del momento (clientele, corruttele, poltrone, lobbismi). Basta qui ricordare la lotta di don Sturzo contro le malebestie di statalismo, partitocrazia clientelare, abuso del denaro pubblico e mafie, per suggerire un impegno vero: mai più nel nome dei liberi e forti. Quanto alla seconda suggestione, la “chiamata”, secondo la dottrina politica del popolarismo sturziano, spetta ai laici. A loro, e non alla gerarchia ecclesiale, la responsabilità di riunire le masse di cittadini; queste sollecitazioni (ben vengano come richiami morali) sono un atto di accusa all’incapacità del laicato cattolico, già manifestato in modo evidente nei fatti del 2012 quando il processo convergente e unificante di Todi fu da alcuni sabotato.

Forse è possibile suggerire che i chiamanti scelti siano nominativamente diversi da quelli responsabili del naufragio del 2012. La terza sollecitazione: “A cosa serve chiamare a raccolta il popolo?”. Questo, sturzianamente parlando è fatto non solo di laici di ispirazione cristiana ma di tutti coloro che abbiano quella coscienza civile e morale di comprendere la gravità dell’ora. Sappiamo del tacito divieto, di fatto pendente sulle spalle degli italiani dal 1994, di ricostituire un partito laico di ispirazione cristiana che non sia dipendente da ex fascisti rossi o neri, oppure prigioniero di consorterie lobbistiche. Tale atteggiamento anti unificante è accompagnato da una serie di espressione quali: i cattolici hanno libertà di discernimento; si devono occupare del sociale; possono solo fare rete; hanno obbligo di essere lievito; devono evangelizzare la politica senza farsene sporcare. Orbene, gli eventi post Prima Repubblica evidenziano il fallimento di queste cure. Sono slogan senza progetto e carenti di programmi che ruotano attorno alla mera offerta ad altri contenitori di qualche piccolo personaggio proveniente dalle citate reti che, senza forza di consenso organizzato e in carenza di competenza, nel breve smarrisce i buoni propositi (cristianamente ispirati) innanzi alla minaccia della mancata ricandidatura.

Il Popolarismo, quale dottrina politica, afferma programmi e non persone ed attribuisce al partito il valore di strumento per sensibilizzare le masse alla scelta elettorale consapevole e per consentire agli eletti, nelle sedi assembleari, di attuare gli impegni programmatici presi, rispondendo al popolo della loro capacità di saper produrre “bene comune”. Possiamo concludere come il Popolarismo, a 100 anni dall’Appello, sia vivo, seppure i liberi e forti stiano ancora vagando nel deserto della vita politica nazionale ed europea, alla ricerca della terra promessa.

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