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Il Senato statunitense, a maggioranza repubblicana, voterà contro il presidente repubblicano Donald Trump, sostenendo una risoluzione già passata alla Camera (a maggioranza democratica) per bloccare lo stato di emergenza invocato dalla Casa Bianca al confine sud – opzione scelta dal presidente per ottenere lo sblocco di fondi straordinari con cui avviare la costruzione del muro di separazione dal Messico, promessa elettorale dal forte valore propagandistico che Trump sta cercando di far passare come una necessità davanti alla situazione di crisi (l’emergenza) al confine sud, dove dichiara esserci “un’invasione” da parte di migranti, criminali e terroristi.

Ieri è stato il capo della maggioranza al Senato, il senatore Mitch McConnella spiegare apertamente la situazione: ed è una notizia, perché fino a pochi giorni fa sembrava improbabile che i senatori repubblicani andassero contro così smaccatamente al loro presidente. Durante questi mesi di trattative sul budget, i rappresentati politici dell’Elefantino hanno sempre sostenuto la linea presidenziale, che ha portato allo stallo e allo shutdwon più lungo della storia perché i Democratici non erano disposti a cedere un centimetro sui fondi per il Muro.

Alla fine, dopo aver riaperto le attività federali chiuse nei 35 giorni di shutdown tra dicembre 2018 e gennaio 2019, Trump – senza fondi per l’opera al confine messicano – aveva scelto la via dello stato di emergenza. Che però era considerata una via delicata, piuttosto criticata da politici e cittadini, perché questi fondi extra di solito sono utilizzati per far fronte a calamità naturali o in fasi di guerra.

Tecnicamente – nonostante queste perplessità di molti – l’ago della bilancia, ha spiegato McConnell, è stato il senatore del Kentucky Rand Paul, che si è aggiunto al trio di critici che aveva già dichiarato di appoggiare la risoluzione già votata dai democratici (con una limitata aliquota repubblicana): Susan Collins, Lisa Murkowski e Thom Tillis. Paul ha spiegato (in un op-ed pubblicato dal sito di Fox News) che per lui la questione è tecnica: non c’entrano immigrazioni, crisi, emergenze, ma la separazioni di poteri tra presidente e Congresso.

Per Paul, lo stato di emergenza invocato da Trump non rispetta questi principi, perché mentre la misura serve a un presidente per avere rapidità di stanziamenti in caso di situazioni effettivamente gravissime senza passare per il voto dei legislatori, stavolta il presidente ha deciso di utilizzarlo solo per ottenere suoi obiettivi politici. Il senatore – che è considerato vicina a Trump anche se ha preso già in passato posizioni più indipendenti e di rottura (che sono la sua forza politica da anni) – ha detto che ci sono anche altri senatori repubblicani che la pensano come lui.

Per il momento non si sono palesati, così come non c’è una data definitiva per la votazione, che però dovrebbe arrivare al massimo la prossima settimana (poi il Senato sospende il lavoro per alcuni giorni di ferie). Quello che succederà nel frattempo, e dopo, per ora non è troppo chiaro, ma prima di andare avanti va ricordato che intanto alcuni tribunali hanno accolto cause civili contro la decisione di Trump e sedici Stati si sono costituiti in un fronte unico per bloccare il presidente, che non avrebbe il potere per usare quei finanziamenti speciali senza giusta causa (il punto è che la Casa Bianca sostiene che quella “giusta causa” c’è eccome). Possibile anche che tutto arrivi fino alla Corte Suprema, dove i giudici repubblicani sono in maggioranza tra i nove di cui la massima assise è composta (secondo quanto scritto da Paul anche lì ci sarebbero però dei critici che potrebbero votare contro al presidente).

Nel frattempo McConnell ha annunciato che avvierà una procedura più unica che rara per inserire mozioni di modifica alla risoluzione votata dalla Camera e rimandarla indietro (tecnicamente è possibile, fattivamente è un percorso molto delicato e pieno di paletti, perché un’aula del Congresso non potrebbe interferire con decisioni prese dall’altra). In questo modo il Senato avrebbe più tempo per lavorare con i critici e arrivare a un qualche genere di linea comune su una successiva risoluzione.

Se McConnell non riuscisse nel suo intento, e i senatori votassero per bloccare lo stato di emergenza, allora Trump avrebbe in mano una carta fortissima: il veto. Il presidente ha la possibilità costituzionale di firmare o meno le leggi, e nel caso intenda fermarle le può rimandare indietro al Senato, dove a quel punto per forzare il veto serve una maggioranza di due terzi. È un numero altissimo, che al momento è irraggiungibile perché significherebbe che più di una dozzina di senatori repubblicani finiscano aggiungersi ai dissidenti. Sulla base di questo, la Casa Bianca non sembra interessata a modificare la propria posizione e accettare per esempio di utilizzare solo una parte dei fondi concessi dallo stato di emergenza come qualcuno propone.

casa bianca, midterms

Altra grana per Trump: i repubblicani pronti a votare contro lo stato di emergenza per il Muro

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