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La politica italiana brucia i suoi idoli in un batter di ciglio. Solo un anno fa Luigi Di Maio era al centro, almeno quello simbolico, del sistema. Oggi, pur non essendo cambiato molto nella sostanza, si può dire che egli sia un’anatra azzoppata. Non c’è da meravigliarsi: la prova del governo è complicata per tutti, ma a maggior ragione per un partito che partito non è come il Movimento. Di Maio ci ha messo la faccia. E, pur tra tantissimi errori, la strada che ha scelto ora, e che in qualche modo ha imposto agli altri due capi del Movimento, Davide Casaleggio e Beppe Grillo, è quella giusta e percorribile: la radicale riorganizzazione interna. Sempre che essa abbia presente un fine preciso: favorire la formazione di una classe dirigente vera.

Sia beninteso, chi scrive non ha mai creduto che solo le persone competenti possano aspirare a ruoli dirigenziali in politica. Anzi, di solito, i competenti, cioè i tecnici, in politica fanno molti danni. Esiste però una competenza politica, cioè specifica, che si acquisisce solo sul campo e che i grillini non hanno avuto il tempo di maturare. Se poi aggiungiamo che certe rigidità ideologiche sono in sé dure a morire, si capiscono i motivi della loro non brillante performance di governo che è il motivo per cui gli italiani sembrano essersi disamorati così presto di loro.

L’errore che va evitato è, a mio avviso, quello che fa di solito l’ala movimentista e più “di sinistra”: il Movimento: sarebbe in crisi perché non si sarebbe proceduto con risolutezza sulla via del “cambiamento”. Io invece credo che da questo punto di vista si sia stato mandato un messaggio ben preciso e che gli italiani hanno avvertito: il cambiamento c’è stato sia come persone sia come approccio ai temi. Avvertono però anche i nostri concittadini, e di questo sono preoccupati, l’inconcludenza e la confusione dell’azione di governo. Chi sopporta una continua giostra di gaffe e passi falsi? C’è necessità di un maggiore coordinamento e di una maggiore centralizzazione, che però nello stesso momento non disperda la ricchezza e pluralità delle anime presenti e, soprattutto, non castri sul nascere la necessaria gavetta che anche in politica è indispensabile fare.

Detto altrimenti, ciò di cui c’è necessità è quella di un centro forte che armonizzi le diverse esigenze e sappia avvalersi delle esperienze sul territorio. La riorganizzazione, per quanto complessa, sembra muoversi lungo questa direzione. In prima istanza, la centralizzazione avverrebbe per nuclei tematici, con un Direttorio facente capo a Di Maio che armonizza le diverse esigenze e proposte dei gruppi di lavoro nazionali. Nello stesso tempo, una struttura più verticistica locale permetterebbe a chi opera sul territorio di farsi le ossa e, caduto il vincolo dei due mandati, di aspirare a ruoli nazionali. Chi scrive ha sempre detto che, alla prova del governo, il Movimento si sarebbe o istituzionalizzato (il che non significa “normalizzato”) o sarebbe imploso. Di Maio sta tentando la prima strada per evitare la seconda e traumatica. Le variabili, anche esterne, sono troppe per capire se il suo tentativo avrà successo. Di alternative per lui e per il movimento non sembrano però essercene altre in questo momento.

Il restyling del M5S è l'unica via percorribile da Di Maio. Gli errori da evitare

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