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Le trattative intracongressuali negli Stati Uniti per trovare un qualche genere di accordo sul controllo delle frontiere e il muro col Messico sono precipitate nel fine settimana. Partite in ritardo rispetto all’agenda decisa una quindicina di giorni fa, hanno dimostrato rapidamente quel che era noto, ossia che Democratici e Repubblicani non hanno punti di contatti. La faccenda è un argomento che sta tornando centrale nella politica americana perché, dopo che le divisioni sul Muro hanno prodotto lo shutdown più lungo della storia (35 giorni in cui diversi dipendenti federali hanno sofferto gli effetti del non pagamento di due stipendi), si ripropongono le stesse problematiche in questa settimana in cui scadrà il decreto con cui il presidente Donald Trump ha riavviato temporaneamente – fino al 15 febbraio, con effetto fino a lunedì – le attività degli uffici federali.

Lo schema non sembra essere variato. I Democratici non vogliono mettere nemmeno un dollaro del bilancio per un’opera che considerano inutile, frutto della propaganda politica con cui Trump s’è lanciato alle presidenziali e continua ad aizzare i fan dallo Studio Ovale. Questa è la loro linea. Ora, secondo le informazioni di Politico, sembrano anche poco disposti a cedere su alcuni punti riguardanti i finanziamenti ai Border Patrol e la gestione delle politiche dell’Ice (l’ufficio immigrazione).

I democratici vorrebbero un tetto per i casi di rimpatrio forzato, in modo da poter costringere le autorità a gestire in modo prioritario i casi di criminali reali e minacce per la sicurezza, lasciando liberi i migranti che non violano altre leggi se non l’assenza di regolarità. I Repubblicani finora stanno col presidente, che invece batte sulla necessità di aumentare i controlli in modo soffocante per chiudere i confini e stringere al massimo la cinghia sull’immigrazione, e il tutto passa per il Muro. Una fonte tra i legislatori democratici dice a Politico che se loro saranno disposti a mettere qualche fondo in più sulla barriera, allora i repubblicani allenteranno sui tetti Ice.

Il punto: senza una soluzione le trattative vanno di nuovo in stallo, e quando si ripresenterà il momento di votare nuovamente per il budget federale il rischio è un nuovo shutdown (sarebbe il secondo dell’anno, il terzo per Trump nel primo biennio di presidenza). Oggi e domani sono considerati i termini ultimi per arrivare a un accordo, altrimenti mancherebbero i tempi tecnici per renderlo operativo. Da ieri Trump sta attaccando su Twitter l’opposizione democratica, accusandola di “comportamento irrazionale” e illegittimo perché non sta trattando nell’ambito del Border Committee, una Commissione congressuale tra i due partiti che era stata creata ad hoc per trovare una quadra in questi giorni di tregua allo shutdown. Trump fa politica, e accusa i Dems di non voler tenere fuori “i criminali” dagli Stati Uniti.

Oggi il presidente sarà a El Paso, città frontaliera dove ieri un gruppo di supporter trumpiani si sono schierati lungo il confine per creare un muro di persone con in mano bandiere a Stelle&Strisce e in testa cappellini Maga (Make America Great Again, lo slogan di Trump dai tempi della campagna del 2016). Là nel West Texas Trump tornerà per la prima volta dall’inizio dell’anno nella modalità che preferisce, quella da rally elettorale con cui magnetizza i sostenitori; mood piuttosto lontano dalle aperture studiata per il Discorso sullo stato dell’Unione. Nello stesso momento, mentre il Prez parlerà alle 6mila persone dell’El Paso County Coliseum, Beto O’Rourke, una delle nuove stelle democratiche che forse presto si lancerà nella corsa per il 2020, organizzerà sempre a circa un miglio (El Paso è la sua città natale) una manifestazione di protesta contro Trump e il Muro – in un post su Medium O’Rourke ha spiegato che El Paso è una delle città più sicure degli Stati Uniti perché l’integrazione ha funzionato bene, ribattendo una posizione presa da Trump che ha sostenuto che i pochi crimini sono collegati a una recinzione parziale che divide alcune zone suburbane dal Messico.

I Democratici sono usciti vincenti dal round precedente, in cui tenendo il punto sul non-finanziamento della barriera sono riusciti a imporre a Trump la riapertura delle amministrazioni federali bloccate dallo shutdown senza i fondi per l’opera. Trump difficilmente potrà sostenere il peso di un altro shutdown senza via di sbocco (visto che la maggioranza dei cittadini americani gli ha addossato le responsabilità per i 35 giorni precedenti), però ora il presidente può giocare l’asse pigliatutto, e dichiarare l’emergenza nazionale. In questo modo potrebbe accedere a fondi extra con cui finanziare l’infrastruttura sul confine messicano. Ma l’avvio della procedura sarebbe rischioso per Trump, perché avvelenerebbe ancora di più la situazione, col rischio di vedersi trascinato davanti a un giudice, con i democratici che lo porterebbero in giudizio sulla legittimità dell’invocazione dello stato di emergenza.

Ieri il capo dello staff e direttore dell’ufficio budget della Casa Bianca, Mick Mulvaney, era in onda su due programmi televisivi di approfondimento giornalistico, “Fox News Sunday” e “Meet the Press” della N, e ha detto che un nuovo shutdown “non è da escludere”, perché “l’ala sinistra del partito democratico prevale su questa negoziazione e ha messo un conto sulla scrivania del presidente con, diciamo, zero soldi per il muro, ossia 800 milioni di dollari, un numero assurdamente basso. Come può firmarlo? Non può in buona fede firmarlo”.

(Negli ultimi tempi l’amministrazione Trump sta spingendo molto contro le componenti più leftist dei Democratici, accusandole di non lavorare per il paese; ma le posizioni più radicali sono quelle che tra i Dem ottengono più attenzioni in questa fase di polarizzazione politica).

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