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Il tutto ruota intorno alla surreale Assemblea Nazionale di sabato, ai comportamenti che in quella sede hanno preso forma e agli accadimenti delle ore successive, compresa l’intervista di Marco Minniti di oggi a Repubblica in cui scioglie la riserva e annuncia di candidarsi alla segretaria. Cominciamo dall’assemblea, massimo organo di sintesi politica dell’unico partito italiano che mantiene in vita i riti (nobili ma defunti) dei partiti del ‘900.

L’assemblea dovrebbe essere il luogo del dibattito di più alto livello, il luogo del confronto di idee che poi diventa linea di condotta per tutto il partito. Accadono invece cose semplicemente incredibili, segno di una confusione che ha ormai abbracciato l’intero gruppo dirigente e che (probabilmente) chiarisce come ormai quella comunità politica ha smarrito la voglia di stare insieme. Accade in primo luogo che l’unico intervento rilevante è quello di Maurizio Martina, segretario reggente in questi mesi post batosta del 4 marzo.

Martina fa un accorato appello all’unità e poi annuncia la conclusione del suo mandato, avviando così il percorso congressuale. Nulla da eccepire sin qui, anche se, per la verità, sarebbe bastato un tweet (ormai ha ben 280 caratteri) per fare tutto questo. Martina però si guarda bene dal dire in quella sede cosa intende fare nell’immediato futuro, cioè evita ogni riferimento ad una sua (probabile) candidatura alla segreteria. Per carità, nel suo caso c’è anche una questione di stile, quindi un po’ lo si può “giustificare”. Ma è quel che accade dopo che rende surreale il sabato del Pd, segno del vuoto cosmico di idee, emozioni, orgoglio che ormai si è impossessato di quella casa politica.

Dopo l’intervento di Martina succede semplicemente questo: niente. Nessun dirigente importante prende la parola, nessuno prova ad usare quella sede per farle fare il suo mestiere, cioè dare forma politica al dibattito, cercando una sintesi tra proposte, idee, spunti. Non parla Zingaretti ad esempio, da mesi già sceso in campo per la corsa alla segreteria. Ed è semplicemente incredibile, per chi ha memoria del funzionamento originale dei partiti di una volta. Lo stesso però fanno anche tutti gli altri “big”, che partecipano (nemmeno tutti) con aria annoiata allo stanco e ripetitivo rito assembleare.

Non parla Gentiloni, non Boschi, non Lotti, non Delrio e così via tutti gli altri, contribuendo così a scrivere un copione surreale, quello cioè di mille delegati riuniti all’Ergife per ascoltare una comunicazione (già arcinota) del segretario reggente. Ma c’è di più, molto di più, come dimostrano le ore successive all’inutile adunata romana di ieri. C’è l’assenza brutalmente esibita di Matteo Renzi, che ormai è definitivamente (almeno con il corpo) altrove rispetto al partito di cui è stato segretario ma che, in realtà, non ha mai amato, nemmeno quando sembrava esserne luce e speranza. Un amore mai stato vero (quello di Matteo R per quel partito), ricambiato dalla struttura profonda dell’organizzazione con analoga moneta emotiva: infatti al Nazareno Renzi e i suoi amici sono stato considerati usurpatori (non si capisce bene di cosa peraltro) dal primo all’ultimo giorno.

Questo il desolante scenario dell’attuale Pd, dove nessuno è disposto a concedere un millimetro alla ragioni dell’altro, dove gruppi e correnti ragionano per blocchi contrapposti, rintanati in fortini ideologici ed elettorali sempre più ristretti e scomodi. Qui, proprio qui, precipita la candidatura di Marco Minniti, messa a fuoco nell’intervista oggi pubblicata su Repubblica. Intervista non esaltante in verità, un po’ a metà strada tra l’autocelebrazione e la routine. Però Minniti trova anche parole di coraggiosa verità quando dice “ci siamo schizofrenicamente guardati l’ombelico”.

Ha perfettamente ragione Minniti. In questo fine settimana sta succedendo esattamente questo al partito più deragliato d’Italia.

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