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Gli “insanabili” contrasti tra i partner gialloverdi – prescrizione, anticorruzione, imboscate col voto segreto, tolleranza reciproca retta con leggera sprezzatura sulla bocca – si sa, sono la passione dei retroscenisti, ormai vincitori assoluti nella pratica della nobile arte del giornalismo. Il punto è che bisogna riempire le pagine e, in mancanza di sostanza o, quantomeno, di coinvolgimento dei veri decisori politici, che esternano solo nei talk show e sui loro social e solo quando vogliono loro, non resta che il ricorso al retroscena, la sua minuta ricostruzione, il colore, qualche battutaccia messa tra virgolette e così via.

A proposito: dove lo trovano gli autorevoli decisori politici il tempo di amministrare la cosa pubblica se la loro agenda trabocca di talk show, onanismi su You Tube e sentenze definitive ammollate ogni dieci minuti su Twitter? A far due conti nella settimana tra il 9 e il 15 novembre il duo Salvini/Di Maio sarebbe apparso sugli schermi televisivi per più di 7.800 minuti. Quante ore fanno? Troppe: un’overdose di immagini che solo Kubrick seppe descrivere nel suo sublime “Arancia Meccanica”.

È proprio dal contrasto tra le due star dei piccoli (tv) e piccolissimi (smartphone) schermi che potrebbe discendere- dicono gli esperti- in presenza del contesto allarmante sul piano dei rapporti con l’Europa, lo spread e l’economia depressa e ansiogena che ci sovrasta, il precipizio per il governo Conte. Non mi convince: che i Cinque Stelle e la Lega partano da posizioni, diciamo così, “culturali” differenti non è una notizia. Ma che l’arruolamento sotto lo stesso tetto, storico e prezioso, di palazzo Chigi, rappresenti un balsamo miracoloso per favorire la coincidentia oppositorum, è un fatto, soprattutto in un tempo post ideologico che non prova nessun disagio a fondare il governo della cosa pubblica su un “contratto privato”.

No, sul fronte del contrasto “ideologico” non potrà accadere niente. Il governo, se cadrà, sarà per una cinica scelta elettorale. Per capirci: l’acme del consenso era già ieri. Più si va avanti e più svapora. E rischia di svaporarsi ancora di più se, di fronte alla procedura d’infrazione e alle inevitabili conseguenze finanziarie che ne deriverebbero, il governo fosse costretto ad assumere qualche iniziativa draconiania mettendo le mani in tasca agli italiani. Piuttosto che assumersi l’onere dell’impopolarità e il rischio del declino elettorale, far cadere il governo addossando la colpa ad un responsabile terzo, come l’Europa, potrebbe rappresentare una via di fuga persino ovvia. L’interregno governativo potrebbe essere retto da una figura non estranea all’attuale maggioranza e non incompatibile con eventuali nuovi apporti parlamentari, così come avvenne con Dini, alla caduta del governo Berlusconi di cui il futuro presidente del consiglio fu autorevole ministro del Tesoro. Mission governativa: arrivare al voto politico (magari facendo un Election Day con le europee del 26 maggio). Ecco, se dobbiamo giocare con le arti divinatorie, almeno mettiamo sul tavolo i tarocchi più plausibili.

Phisikk du role - Conflitti falsi in salsa gialloverde e finale di partita vero

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