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I fatti, così come sono andati, li ha spiegati il ministro Luigi Di Maio in un post su Facebook: “Oggi mi si accusa di aver autorizzato trivelle nel mar Ionio. È una bugia. Queste “ricerche di idrocarburi” (che non sono trivellazioni) erano state autorizzate dal Governo precedente e in particolare dal Ministero dell’Ambiente del Ministro Galletti che aveva dato una Valutazione di Impatto Ambientale favorevole. A dicembre, un funzionario del mio ministero ha semplicemente sancito quello che aveva deciso il vecchio Governo. Non poteva fare altrimenti, perché altrimenti avrebbe commesso un reato”, ha spiegato Di Maio.

In breve, questo pomeriggio dal Mise è trapelata la notizia del via libera del ministero dello Sviluppo Economico alle trivellazioni nel Mar Jonio per la ricerca del petrolio. In data 31 dicembre 2018 è stato infatti pubblicato sul bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle geo risorse l’ok a tre nuovi permessi di ricerca petrolifera su una superficie complessiva di 2200 km/q a favore della società americana Global Med, con sede legale in Colorado, Usa. Finalmente energia casalinga per un Paese dipendente al 92% da altri Paesi che invece autosufficienti lo sono? Forse no.

Perché nonostante il mar Jonio italiano sia ricco, ricchissimo di risorse, le trivelle debbono starsene per adesso ferme e buone. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, a stretto giro di posta, ha annunciato una norma ad hoc per lo stop a 40 permessi per l’energia. “Da quando sono ministro non ho mai firmato autorizzazioni a trivellare il nostro Paese e i nostri mari e mai lo farò. Non sono diventato ministro dell’Ambiente per riportare l’Italia al Medioevo economico e ambientale”, ha scritto su Facebook Costa, che presto incontrerà i comitati No-Triv. In breve, un Ministero che smentisce l’operato dell’altro. In mezzo, Michele Emiliano, governatore della Puglia già in prima fila per lo stop al Tap, pronto a impugnare ogni via libera alle trivellazioni.

Eppure c’è chi il Medioevo lo vede già da un pezzo. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, è fermo nel condannare chi fa dell’ambientalismo una mannaia pronta ad abbattersi su ogni investimento. “Siamo sempre alle solite, perché ci dovremmo stupire. Ancora una volta qualcuno si è dimenticato che per fare dello sviluppo, serve industria, serve investire, serve esplorare e serve costruire. Quanto successo oggi è paradossale: un Paese completamente dipendente da altri che si scopre dell’energia in casa e non la usa. Sa che le dico? Che noi dovremmo stendere tappeti rossi per le imprese che vengono qui a cercare energia, a portare del progresso. E invece le mettiamo tutte nel freezer, insieme ai loro investimenti”.

Tabarelli rincara la dose sul caso trivelle. “Oggi ci sono investimenti per dieci miliardi solo nel campo dell’energia, soprattutto per quanto riguarda i giacimenti del sud. Ed è tutto rigorosamente fermo. Questa è una tragedia, un baratro, tutto molto ridicolo. Stiamo parlando di miliardi di euro che se ne vanno, che perdiamo, quando invece potremmo sfruttarli”. Ma cosa c’è dietro tutto questo? Tabarelli ha pochi dubbi.

“Siamo schiavi di un ambientalismo nato negli anni 80 con i socialisti che si sta rivelando nemico dell’economia con un’aggressività crescente. Qualcuno fa le regole e poi qualcun altro, a livello periferico, non le approva. Non è accaduto lo stesso con Salvini. La verità è che qui a forza di fare gli ambientalisti nel Medioevo ci stiamo finendo davvero. In Basilicata c’è Total, una grande multinazionale, che ha da 20 anni un miliardo di investimenti fermi, con la possibilità di dare lavoro a 300 persone. E tutto questo perché ci sono funzionari letteralmente terrorizzati dalle procure e che per questo non concedono il via libera. E sa perché? Perché noi abbiamo per l’ambiente una delle migliori normative al mondo ma anche la più complessa. Facilmente dunque interpretabile a piacimento da ogni buon procuratore, che con un’inchiesta blocca immediatamente ogni iniziativa. Assurdo no?”.

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