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Con quelli del fine settimana, salgono a 132 i missili che i ribelli indipendentisti del nord yemenita, gli Houthi, hanno lanciato verso l’Arabia Saudita. Secondo i media del regno (ai quali va sempre e comunque fatta un’adeguata tara propagandistica) ieri sarebbero stati intercettati dai sistemi di difesa aerea saudita due missili diretti verso la zona commerciale meridionale di Najran – il lancio è stato poi confermato dal megafono propagandistico del gruppo zaidita (setta dello sciismo) yemenita, che ha fatto sapere che si è trattato di due “Badr-1”, missili elaborati in Yemen ma di fabbricazione iraniana.

Gli Houthi sparano contro l’Arabia Saudita perché Riad ha lanciato tre anni fa un’operazione militare per riprendere il controllo del paese, dopo che da Sanaa il governo filo-saudita era stato cacciato per l’avanzata rapida dei combattenti nordisti – l’operazione di riconquista è stata una delle prime mosse pensate dall’artefice del nuovo corso assertivo saudita, Mohammed bin Salman, che ha spostato l’attenzione nel confronto regionale con l’Iran, e ha sfruttato la crisi in Yemen per alzare il livello dello scontro per proxy.

Da qualche mese il lancio di missili contro il territorio saudita si è intensificato, facendo segnare una nuova escalation nel conflitto che ha già prodotto oltre 10 mila morti tra i civili (diverse prodotti anche dai bombardamenti a tappeto dell’aviazione di Riad), 22 milioni di persone che hanno bisogno di aiuti umanitari, 8,4 milioni di civili a rischio carestia, tra cui 400 mila bambini. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva condannato a fine marzo “nel modo più forte possibile” il lancio di missili, ma contemporaneamente sottolineava le “gravi preoccupazioni” sulla situazione umanitaria, resa ancora più complicata sia dai blocchi imposti dai sauditi, sia dal traffico di aiuti con cui i ribelli alimentano il “mercato nero”.

Riad soffre un sostanziale stallo sul campo, e per questo ha rimaneggiato ultimamente gli alti ranghi militari (l’operazione è stata fatta anche a fini interni da bin Salman, che vuole garantirsi massima fedeltà tra le strutture della sicurezza). L’idea del nuovo erede al trono e factotum saudita è di dare una sferzata alla guerra, un pantano da cui il regno sembra non riuscire a tirarsi fuori, nonostante gli aiuti esterni (oggi, per la prima volta, gli uffici del palazzo presidenziale di Sanaa, utilizzati dagli Houthi come quartier generale dopo la cacciata del presidente eletto filo saudita, Abd Rabbo Mansour Hadi, sembra siano stati colpiti da un bombardamento).

A proposito degli aiuti esterni, nei giorni scorsi il New York Times ha fatto uno scoop: il giornale ha ottenuto informazioni a proposito dell’appoggio diretto fornito dagli americani ai sauditi al confine con lo Yemen. Sebbene Washington abbia per anni cercato di prendere le distanze dal conflitto yemenita – imbarazzante test sull’inadeguatezza dell’esercito saudita, nonostante il continuo shopping di armamenti super-tecnologici fabbricati in Occidente – a dicembre dello scorso anno, secondo le fonti del Nyt, una dozzina di Berretti Verdi sono andati oltre all’assistenza in volo, alla condivisione di intelligence e di logistica, dichiarata dal Pentagono come solo sostegno a Riad, e si sono piazzati insieme a uomini dell’intelligence proprio a Najran. Lì stanno addestrando i border patrol sauditi e raccolgono dati sui movimenti delle armi Houthi.

Non ci sono indicazioni sul se gli uomini delle forze speciali americane abbiano o meno superato il confine yemenita, ma già la loro presenza in quell’area è bastata per sollevare i crucci dei congressisti su un aumento del coinvolgimento e il rischio di finire coinvolti in un’escalation armata.

Sebbene la notizia del Nyt si configuri più come la conferma di un segreto di Pulcinella – d’altronde è noto anche che i sauditi utilizzino dati elaborati dall’intelligence americane e francese per individuare i proprio obiettivi, e per questo Washington e Parigi storcono il naso ogni volta che i jet di Riad si lasciano sfuggire la mano su azioni pesanti che coinvolgono civili – è un tassello del contesto.

La guerra in Yemen è parte del confronto proxy contro l’Iran che sta caratterizzando il Medio Oriente – sebbene non è chiaro fino in fondo quanto gli Houthi siano dipendenti da Teheran. E questo confronto passa da Riad tanto quanto da Washington, due capitali dove la visione nei confronti degli ayatollah è severissima, e a loro si aggiunge (attraverso il ponte americano) Tel Aviv.

Gli israeliani sono parte portante di questa disputa regionale, e sono coinvolti tanto quanto – e con – i sauditi in un’altra guerra proxy contro l’Iran che ha come scenario la Siria. Domenica il ministro dell’Energia israeliano, Yuval Steinitz , ha detto che se l’Iran non smetterà di usare il territorio siriano come piattaforma militare il presidente Bashar al Assad – colpevole di lasciare tutto quello spazio agli iraniani – potrebbe essere “eliminato”.

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