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Mentre si consuma la fase finale dell’esame della legge di Bilancio i più avveduti esponenti della maggioranza gialloverde iniziano a guardare avanti, cioè allo scenario per l’anno nuovo. Nel farlo tengono conto di tre elementi essenziali, che sono poi la sintesi dei mesi che abbiamo alle spalle.

Innanzitutto è ormai chiaro a tutti che l’equilibrio politico generatosi con le elezioni di marzo è già radicalmente mutato, con un ruolo di Salvini che è decisamente più rilevante di quello assegnato dai risultati elettorali e un Di Maio che invece non riesce a fare tutte le parti in commedia, avendo aperti fronti ministeriali di complessa gestione combinati con la guida politica di un movimento che già inizia a evidenziare gruppi e correnti (come è fisiologico).

In secondo luogo c’è una oggettiva debolezza della compagine governativa. Senza qui indugiare sulle gaffe di questo o quel ministro o sottosegretario (con in vetta alla classifica Toninelli e Castelli), appare però evidente il bisogno di mettere mano a qualche aggiustamento, anche perché, non va mai dimenticato, sei mesi fa è nato un governo appoggiato sulle spalle di tutte persone prive di ogni consuetudine in materia (premier compreso), che quindi ora hanno maturato convinzioni ed esperienze ben più corpose di quelle che avevano all’epoca.

Infine c’è un tema legato al ruolo del presidente del Consiglio e al rapporto con l’Europa, con esplicito riferimento ai temi economici. Se da un lato infatti è evidente il rafforzamento della figura di Giuseppe Conte, più complessa è la situazione per il ministro Tria ed anche per Paolo Savona.

Tria ha gestito questi mesi con grande dignità personale, ma certamente non ha saputo (o potuto) reggere l’urto complessivo, finendo per perdere di vista il suo ruolo fondamentale di garanzia verso gli ambienti che contano (dentro e fuori l’Italia).
Savona si rivela lucido e intelligente (come sempre) in ogni suo intervento pubblico, ma al tempo stesso poco convinto del suo ruolo ministeriale e poco inserito nelle dinamiche dei due partiti della coalizione.

Salvini lo stima molto e Di Maio lo rispetta, ma al tempo stesso tutti comprendono che il ragionamento sul futuro deve essere fatto senza avere troppi paletti.
Qui, esattamente qui, si inserisce la figura del premier. Conte gode di consensi assai favorevoli nell’opinione pubblica, innanzitutto grazie ad un suo evidente “uso di mondo” che gli ha permesso di evitare trappole, botole e scontri sanguinosi.

Parla quasi sempre a proposito, scegliendo parole mai definitive e sempre capaci di lasciare aperte più o meno tutte le strade: insomma un professionista dell’equilibrismo.
Conte cioè è rapidamente passato da potenziale punto debole della coalizione a punto di forza o, quantomeno, di sintesi.

Ruolo (quest’ultimo) consacrato nella nota congiunta di Salvini e Di Maio che gli mettono totalmente in grembo la trattativa con Bruxelles sulla manovra economica.
Ebbene questo Conte “rafforzato” dall’esperienza di governo e “temprato” in questi mesi di non facile navigazione non ha alcuna intenzione di farsi logorare a breve, cosa che rischia di accadere restando alla guida di un governo ormai figlio di una stagione in qualche modo passata.

Ecco allora venire avanti (per ora solo sussurrata a bassissima voce) nei colloqui tra un Palazzo e l’altro l’ipotesi di un secondo governo Conte, che avrebbe lo scopo anche di rappresentare un rilancio complessivo della compagine intorno alla figura del premier oltre che di vincolare Salvini ad un impegno nuovamente ribadito in modo solenne (con annesse “ricompense” ministeriali).

Sul fronte M5S invece sarebbe l’occasione per una nuova distribuzione dei carichi, trovando un modo per “alleggerire” Di Maio senza per questo sconfessarne l’operato, rendendo così concreta la necessità di nuovi equilibri anche dentro la componente “gialla” del governo.

Quale che sia l’esito di questo progetto una cosa però va detta sin d’ora: la probabilità che all’inizio del nuovo anno tutto resti invariato non è mai stata bassa come ora, per effetto delle volontà di molti, anzi moltissimi. Siccome però non tutti vogliono le stesse cose è anche vero che il “piatto” potrebbe non uscire dalla cucina.
Ma questo non consente a nessuno di affermare che l’attuale portata è ancora di gradimento dei commensali.

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