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Il mondo non gira per il verso giusto. E a pensarci bene, nemmeno l’Italia. A poche ore dal via del World Economic Forum di Davos, l’Oxfam ci ricorda che le sfumature esistono in natura ma questo non vuol dire che siano una costante dell’uomo. Anzi. Se il tema è quello delle disuguaglianze, di sfumature ce ne sono ben poche, perché tutto lascia spazio al bianco o al nero. Lo dicono i numeri del rapporto (qui il testo).

Tanto per cominciare la ricchezza dei 1.900 miliardari nel mondo, tra marzo 2017 e marzo 2018 è aumentata di più di 900 miliardi di dollari, pari a oltre 2,5 miliardi al giorno. Di pari passo con l’aumento della ricchezza dei Paperoni, si registra la diminuzione di quella della metà più povera del globo (3,8 miliardi di persone)  che è invece scesa dell’11%. Insomma, piove sul bagnato e nessuna eccezione per l’Italia dove il 72% della ricchezza nazionale è nelle mani del 20% più ricco della popolazione. Solo l’1,2% della ricchezza nazionale è posseduta dalle persone più povere, mentre il 5% dei più ricchi è titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% dei cittadini più poveri.

Appare fin troppo evidente che la ruota non giri bene. Anche per Leonardo Becchetti, economista e docente a Tor Vergata, che sulle ricette per combattere col giusto polso le diseguaglianze, ha le idee chiare. Prima però occorre fare un chiarimento. “Se per esempio prendiamo il mondo del 1880, avevamo l’80% della popolazione povera, mentre oggi quello stesso bacino si è ridotto al 3%”, spiega Becchetti. “Dobbiamo per correttezza confrontare quest’istantanea del pianeta con quella più ottimista che ci ricorda che viviamo un’epoca di grandissime opportunità nella quale la quota di popolazione che viveva con meno di 2 dollari al giorno era del 94% mentre oggi solo il 9,6 percento vive con meno di 1,9 dollari al giorno. Dunque la povertà assoluta, nell’ultimo secolo e mezzo, si è ridotta mentre la ricchezza del pianeta aumenta. Ma proprio qui sta il problema: la ricchezza aumenta ma aumenta per i ricchi. Il dramma oggi è insomma l’andamento dei flussi di reddito, che prendono strade ancora troppo diverse”.

Inquadrato il problema bisogna mettere sul tavolo dei rimedi e che possibilmente funzionino. La prima proposta è la progressività fiscale, più si ha più si paga. In Italia sono stati fatti passi avanti ma la Terra è grande. “Una progressività fiscale su larga scala aiuterebbe molto, ma ci sono evidenti ostacoli a questo tipo di approccio”, spiega Becchetti. “La progressività fiscale non può essere prerogativa di un solo Paese perché altrimenti ci sarebbe una fuga delle imprese. Cioè, se io faccio pagare tanto a chi ha tanto, molte grandi imprese se ne vanno dove chi ha tanto paga un po’ meno e le diseguaglianze si accentuano. Questo è esattamente il tipo di problema che ha l’Unione europea, che non riesce a imporre un sistema fiscale unico, omogeneo, visto che non c’è riuscita nemmeno con la web tax. A conti fatti, la proposta di una maggior progressività fiscale è oggi avversata dal diverso perimetro di azione in cui operano da una parte gli Stati nazionali, che formulano provvedimenti validi all’interno dei loro confini, e dall’altra cittadini e imprese che si muovono su un campo da gioco globale e vanno alla ricerca del Paese che offre loro le condizioni fiscali migliori”.

Non è tutto. “Un’altra idea sta nella responsabilità fiscale per le imprese. Un’impresa che non è fiscalmente responsabile non dovrebbe essere ammessa alle gare di appalto (o dovrebbe comunque essere penalizzata). Uno stato che non lo fa è masochista perché fa vincere chi offre un prezzo più basso magari proprio perché sottrae base fiscale a quella stessa amministrazione che con essa paga il welfare dei cittadini. E spinge le altre imprese a fare altrettanto”. Bisogna però anche stare attenti a non correggere le diseguaglianze dimenticando che la ricchezza, dice Becchetti, “si riduce se la mettiamo nelle mani di chi non sa produrla. Nello Zimbabwe c’è stato un esperimento andato malissimo. La redistribuzione delle terre ha messo aziende agricole nelle mani di persone che non sapevano gestirle facendo precipitare il paese nella crisi economica e poi nell’iper-inflazione”.

Certo, fa un po’ strano parlare di disuguaglianze sociali al tempo del reddito di cittadinanza targato Movimento 5 Stelle. Proprio la misura con cui si vuole combattere questi tipo di distorsioni. Ma Becchetti qualche dubbio ce l’ha. “Io credo che il reddito di cittadinanza sarà utile solo ed esclusivamente se ridurrà le differenze soprattutto nella formazione. Della serie, percepisco il reddito, ok ma lo uso per formarmi o no? Senza parlare del pericolo sommerso. Bisogna evitare accuratamente il cumulo dei redditi, perché il rischio di prendere il sostegno dallo Stato e poi avere entrate in nero c’è”.

Combattere le disuguaglianze si può. La ricetta di Becchetti

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