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La riunione di oggi a Palazzo Chigi con i vertici delle più importanti aziende pubbliche è una buona notizia e dimostra la volontà concreta del governo di dare sostanza al piano di investimenti di cui più volte si è parlato in questi mesi. Parliamoci chiaro: i numeri della manovra economica hanno bisogno come il pane di un Pil in crescita robusta per reggere alle prova dei fatti, quindi serve attivare tutte le risorse disponibili allo scopo.

Bene lo sanno gli esperti (Tria e Savona in testa) e forse l’hanno capito anche i politici, che però non sempre paiono sintonizzati sulla frequenza giusta.
Lo Stato infatti può agire sul fronte della crescita con azioni “indirette” (frutto della legislazione o della leva fiscale, tanto per fare due esempi) ma può anche farlo nei settori più direttamente sensibili alle scelte delle amministrazioni, come infrastrutture, difesa, energia, salute, dove cioè la leva pubblica è essenziale per determinare i numeri a fine anno.

Quando si agisce in modo forte sul lato delle uscite di cassa (revisione della Fornero, reddito di cittadinanza, pensioni, Flat Tax) occorre compensare il più possibile sul Pil, poiché esso aiuta a tenere sotto controllo l’ormai mitico numero del rapporto con il deficit (il 2,4 di cui tutti parlano) e, soprattutto, genera fiscalità a tutto vantaggio delle entrate.
Quindi il dato della crescita economica è essenziale per rendere possibile l’ambiziosa manovra del governo, che peraltro dovrà superare i difficili esami dell’Europa e delle agenzie di rating.

Ora, da Conte a Tria, da Moavero a Savona, sono in molti ad averlo chiaro nel governo, mentre invece altri, soprattutto sul lato “grillino”, continuano a far finta di non capire.
Quindi bene la riunione di oggi, ma poi occorrono anche i fatti, perché molti dei dossier aperti non fanno ben sperare.
È così per la Tav ad esempio, dove nei confronti della Francia stiamo facendo una pessima figura. È così per la Tap, opera di enorme rilevanza nei rapporti con Washington e con molti altri Paesi a est della penisola.
Ma è così anche sul fronte della Difesa (perché progetti come l’F35 non ci riguardano solo per ragioni militari ma anche alla luce del fatto che in Italia è collocato uno degli impianti di assemblaggio) e della Salute (perché l’industria farmaceutica nazionale è una ricchezza e non un peso).

Insomma investire vuol dire valorizzare quello che c’è, consentendo in tempi certi e rapidi di vedere crescere i nostri campioni nazionali con le loro strategie di alleanza dentro e fuori i confini.

Qui Salvini e Di Maio debbono compiere un salto di qualità se vogliono affermarsi come leader di governo (soprattutto il capo del M5S).
Prendere i voti e mestiere che hanno dimostrato di saper fare, ma adesso c’è bisogno anche d’altro, a cominciare dal consentire al ministro dell’Economia di svolgere con autorevolezza il suo ruolo.
Nell’ultima settimana su questo punto i due capi politici hanno sbagliato, poiché adesso si ritrovano con il titolare del ministero chiave indebolito e fragile, persino oggetto di gag satiriche (vedi a Crozza).
Invece per superare questo difficile autunno serve una squadra forte e articolata, perché il tandem è troppo poco. E, per giunta, tende spesso a sbandare.

Salvini e Di Maio non s’illudano di farcela da soli

La riunione di oggi a Palazzo Chigi con i vertici delle più importanti aziende pubbliche è una buona notizia e dimostra la volontà concreta del governo di dare sostanza al piano di investimenti di cui più volte si è parlato in questi mesi. Parliamoci chiaro: i numeri della manovra economica hanno bisogno come il pane di un Pil in crescita…

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