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L’Assemblea nazionale del Pd, chiusa ieri a Roma, non ha raccolto richieste di candidature a segretario. Dopo l’annuncio di candidatura di Marco Minniti, il Pd si avvicina al Congresso, la cui data non è ancora stata fissata, con sei candidati dichiarati: Nicola Zingaretti, Francesco Boccia, Dario Corallo, Matteo Richetti e Cesare Damiano, e uno che sta per ufficializzare la propria posizione: Maurizio Martina.

L’ex ministro degli interni godrebbe del supporto dell’ex premier Matteo Renzi che ha preferito l’ex titolare del Viminale ad uno dei più sinceri “renziani” della prima ora: Matteo Richetti. Nel corso dell’Assemblea nazionale Formiche.net ha parlato con l’ex consigliere regionale dell’Emilia Romagna e attuale senatore democratico del modello di Pd che ha in mente e del significato della sua candidatura.

Nel corso della manifestazione del Pd del 29 settembre l’ex ministro Delrio disse che per la guida del Pd si augurava un giovane, magari amministratore, simile all’ex premier Renzi. È lei quel giovane?

Questo lo dove chiedere a Delrio. Quando mi sono candidato alla segreteria del Pd non ho risposto a nessun identikit ma ho risposto all’esigenza di questo partito di ritrovare un’anima, una speranza, un sogno, un progetto. Devo dire che la presenza di questa Assemblea mi conferma che se gli italiani cercheranno un partito fatto di regole, commissioni di garanzia e commissioni congressuali ci sarà il Pd. Ma se cercheranno una speranza da tornare a coltivare non troveranno noi. Io sono partito perché in tutta Italia ci sono giovani, meno giovani, amministratori, persone impegnate nell’associazionismo che hanno voglia di rimettersi in cammino per costruire una casa per un popolo che c’è ma che non ha preso il Pd a riferimento.

Nel caso le fosse affidata la guida del Pd dove porterebbe questo partito?

Lancerei subito un grande movimento di democratici italiani. A tutto quel pezzo di società che vuole organizzare un’alternativa a questo governo offrirei una proposta fondata su quattro punti cardinali: il contrasto alle diseguaglianze, una politica ambientalista concreta fatta di economia circolare e rispetto del territorio, un europeismo serio senza ambiguità, e, infine, un’attenzione prioritaria alle nuove generazioni. Attorno a questi quattro aspetti proverei a dar vita a un grande movimento che rappresenti la casa di quel popolo.

E dal punto di vista della proposta interna al partito?

Cambierei profondamente le logiche con cui questo movimento vive: è un partito che vive di tessere e non di idee. Nel Pd guidato da me con la tessera uno si iscrive ma non ci fa il congresso, perché sono stanco di trovare in giro giovani che vengono lasciati fuori dal capobastone che si compra con il blocchetto degli assegni le tessere e li tiene a casa. Incontro questa situazione in troppe realtà e deve finire. È un partito che farebbe le primarie di collegio per eleggere i suoi candidati, perché non si può andare avanti con parlamentari che rispondono non a chi li ha votati ma a chi li ha chiamati. Un partito che spalanchi le porte ma non solo nei convegni, per davvero.

Lei parla del ruolo delle tessere ma il Pd è un partito fatto di correnti, storicamente. Che rapporto avrebbe il suo Pd con le minoranze interne?

Nel momento in cui si vince un congresso si individua una leadership e una linea politica. Dopo di che le minoranze continuano a porre elementi di discussione ma si ritrovano nella sintesi che si fa. Qualcuno propone la reintroduzione dell’articolo 18, altri propongono l’esasperazione della precarietà perché il lavoro è un costo, io propongo la partecipazione dei lavoratori agli utili di impresa sul modello alla tedesca. Qualora vincesse questa linea è finita la discussione ogni volta che si parla di lavoro, tutti si sostiene quella linea. I partiti vivono di pluralismo e confronto interno, ma questo partito ha chiuso il confronto interno e ha esasperato quello televisivo.

Lei è stato uno dei primi “renziani”. Nel suo modello di Pd che ruolo avrebbe quell’esperienza?

Porterei con me l’innovazione di linguaggio, di proposta, la rottura degli stereotipi che abbiamo provato a porre come la contrapposizione tra lavoratore e impresa, tra merito e diritti per tutti. Con Matteo abbiamo avuto l’intuizione di portare il centrosinistra italiano fuori dalle contrapposizioni storiche. Poteva essere un partito che parlava anche a pezzi di società che si erano contrapposti. Certo cambierei anche molto, cercherei di avere più radicalità e intransigenza rispetto alle proposte che abbiamo fatto.

Quindi ancora più “renziano”…

Non è una questione di aggettivi, ma se parliamo di discontinuità non è possibile continuare a candidare figli di ex governatori, ex parlamentari. Non serviva il lanciafiamme, serviva stare sul partito, andare in prossimità delle sue realtà territoriali e fare spazio a chi vuole lavorare seriamente. Quindi molta più cura del partito e molta meno attenzione ad un percorso strettamente legato al Governo. Io non mi candido per fare il Premier, io mi candido per fare il segretario di partito.

Quindi deduco che per lei il ruolo di segretario di partito e di premier non sono sovrapponibili…

Possono essere ruoli sovrapposti fino a quando il segretario non diventa premier. Certo, quello sarebbe un bel giorno perché vorrebbe dire che si sono vinte le elezioni, ma è evidente che uno che è chiamato a governare il Paese non può occuparsi del partito, mi sembra elementare. Nessun partito lascia alla guida chi ha la responsabilità di governare. Una volta che il segretario è diventato premier deve lasciare la mano a qualcuno che si occupi in maniera esclusiva del partito, della sua comunità, dei suoi territori, dei suoi amministratori e dei suoi giovani.

Al momento il candidato più accreditato è il presidente del Lazio Nicola Zingaretti. In cosa sarebbe diverso il Pd che immagina lei da quello di Zingaretti?

Nicola ha detto che in Campania si riparte da De Luca, io direi che possiamo partire da questo. Nel mio partito si riparte dai ragazzi di “Tempismo Democratico”, dalle realtà giovanili, dagli amministratori, da quelli impegnati nelle municipalità che accompagnano gli operai a pulire le caditoie. È un partito assolutamente diverso. Nicola è un ottimo amministratore ma immagina un partito che chiuda la parentesi renziana e lo rimette in continuità con quello che c’era prima. Io immagino un superamento di questa stagione con un partito che ha maggiore apertura, maggiore generosità. Tutti vogliamo i giovani ma alla prova dei fatti come ci comportiamo? Nel Lazio si sta svolgendo un congresso ci sono tre candidati, due sono pluridecorati (l’on. Claudio Mancini e il sen. Bruno Astorre, ndr), uno è un giovane che si è messo in gioco, senza paracadute e con grande competenza. Io sostengo lui, io sostengono Andrea Alemanni. Se va a chiedere agli altri candidati lo sa cosa rispondono? Che a un congresso regionale va lasciata autonomia. Perché i giovani vanno bene se sono citati nei convegni ma non vanno mai scelti. Ecco io francamente se il prossimo segretario vuole giocare sulle ambiguità non sono interessato.

E invece rispetto al Pd di Marco Minniti che avrebbe accolto il sostegno di Matteo Renzi?

Minniti non è ancora candidato (l’intervista è stata rilasciata domenica 17 novembre, quando la candidatura non era ancora stata lanciata, ndr). So che Minniti ha detto che le elezioni del 4 marzo sono state una sconfitta più pesante di quelle del ’48. Ecco in quelle elezioni qualcuno ha perso ma qualcuno ha vinto e questo qualcuno è De Gasperi. Ecco questi dirigenti che citano De Gasperi, che lo mettono nel pantheon ma lo considerano la più grande sconfitta della storia tradiscono un’impostazione, non hanno alcuna intenzione di guardare avanti, vivono nel passato, sono nel passato. Perciò io andrò con molta attenzione ad ascoltare le proposte di Marco, ma non si può cambiare ciò che si è, si può cambiare linguaggio, si possono dire cose diverse ma non si può stravolgersi. E ciò che sono tradisce troppo passato e troppo poco futuro.

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