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Che succede tra Tel Aviv e Pechino? I numeri sull’asse commerciale tra i due Paesi fanno registare solo segni più, tra scambi e interazioni. Segno che il rapporto va evolvendosi verso una frontiera decisamente di fitta collaborazione e partnership, in un momento in cui invece i maggiori player manifestano pulsioni differenti.

Da un lato gli Usa sono impegnati nella battaglia doppia (dei dazi e dell’intelligence), e dall’altro l’Ue non ha ancora davvero scelto da che parte stare, con l’Italia chiamata a dire la sua.

A TEL AVIV

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu spinge forte per il libero commercio con Pechino. Il motivo? La Cina è il secondo partner commerciale di Israele: altri 10 miliardi fatturati nel 2017 e nel solo primo semestre 2018 già a più 30% rispetto al dodecamino precedente. Oltre cinquanta voli a settimana dimostrano la consistenza degli scambi, anche in chiave turistica. Numeri altamente significativi che stanno indirizzando la stagione dei rapporti bilaterali israelo-cinesi verso altre frontiere, rispetto a quelle ordinarie.

In questo senso si colloca la visita del vice presidente cinese in Israele per potenziare i legami tecnologici e commerciali. Come? Con una sorta di mega rete di ceo: così i giganti delle imprese cinesi (alimentare, aviazione, edilizia, ingegneria) formano un’associazione per dare impulso alle operazioni commerciali in Israele.

Colossi del calibro di China Civil Engineering Construction Corporation Israel Branch (Ccecc), Pan-Mediterranean Engineering Co. Ltd (Pmec), China Railway Tunnel Group Co. Ltd (Crtg), Sinohydro Corporation Limited Israel Branch (Scl).

Nel febbraio 2017 sono stati avviati dalla China Railway Engineering Corporation i lavori di costruzione sotterranei della metropolitana leggera di Tel Aviv, utilizzando una Tunnel Boring Machine di ultimissima generazione.

QISHAN

Wang Qishan, numero due del governo di Pechino, è particolarmente abile nel settore finanza ed esteri: tra il 2012 e il 2017 è stato a capo della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, poltrona da cui ha curato una delle mosse più caratterizzanti di Xi Jinping, ovvero la campagna anti-corruzione avviata nel 2013 e che ha portato in carcere diversi nomi significativi della politica cinese. Ma Wang ha guadagnato importanza nel settore finanziario cinese alla fine degli anni ’80, grazie alla scalata della China Construction Bank.

TECNOLOGIA GLOBALE

La sua presenza a Tel Aviv è stata accompagnata da nomi di grido dell’industria cinese, come Alibaba, intervenuti per tagliare il nastro dell’Israeli Innovation Center, una vetrina interattiva della storia di Israele e delle sue scoperte tecnologiche, con finanche un ologramma parlante di Shimon Peres. Un evento di portata mondiale, che sancisce una volta di più il peso specifico dei legami (presenti ma soprattutto futuri) tra i due Paesi in chiave hi-tech e Ict.

Il Centro di innovazione israeliano, istituito all’interno del Peres Center for Peace and Innovation, nelle intenzioni dei suoi progettisti (e anche della politica) servirà a rappresentare una sorta di nuova finestra per il futuro, sotto il cappello di Israele intesa come nuova nazione dell’innovazione.

Il centro diffonderà i 100 eventi che hanno trasformato Israele in una nazione innovativa su scala mondiale, nonché ologrammi interattivi degli inventori più importanti del Paese e una capsula temporale simulata.

DA PECHINO

Perché Pechino ha scelto di essere presente a questo evento? Wang ha sottolineato la disponibilità della Cina a lavorare con tutti i Paesi per costruire un panorama economico globale inclusivo e un futuro condiviso per tutta l’umanità. In sostanza l’assist del governo cinese a Tel Aviv si ritrova in una dichiarazione di Wang che, più di altre, cementa questa unione: “In sette decenni Israele ha trasformato un Paese di immigrati con una base debole in uno dei pochi Paesi sviluppati in Medio Oriente grazie all’innovazione. C’è molto in comune tra i nostri due Paesi e molto da raggiungere attraverso la cooperazione”.

Ecco il salto nei rapporti, “allungato” plasticamente dalle strategie che interessano altri due competitors come Usa e Ue.

PANORAMA

Come è noto Washington ha ormai metabolizzato la direzione cinese in materia economico-commerciale e, anche in vista delle elezioni del prossimo 6 Novembre (quando si voterà per rinnovare la Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato), non recede sui dazi. A ciò si aggiunge il versante militare: Pechino chiede ufficialmente di ritrattare le accuse spedite dagli Usa, ovvero di “interferire nelle vicende interne americane”. E lo fa per bocca del ministro della Difesa, il generale Wei Fenghe.

Frizioni, che si sommano alla fiche ormai lanciata da Pechino sul tavolo da gioco euromediterraneo dove la via della Seta procede spedita. Dopo la casella logistica coperta dalla Cina con l’hub containers del Pireo, ecco la “scalata” sul costone balcanico con l’intreccio italiano rappresentato dal porto di Trieste.

twitter@FDepalo

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