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Gli analisti geopolitici più raffinati — quelli che proiettano le valutazioni molto oltre l’evoluzione delle cronache — da tempo sostengono che le grandi scoperte energetiche nel Mediterraneo orientale potrebbero essere un fattore di stabilizzazione. Il giacimento Leviatano in Israele, Afrodite a Cipro, Zohr in Egitto, riservano delicati risvolti — vedere la situazione critica in cui la Turchia ha messo la nave Eni che stava lavorando tra le acque cipriote — ma certamente se si costruisce un quadro sistemico (come auspica per esempio l’Unione europea), sono un potenziale elemento di equilibrio, vincolato da realtà fisiche: i pozzi, i gasdotti, sono collegamenti infrastrutturali reali difficili da rompere.

Vedere per esempio l’accordo tra Israele ed Egitto di poche settimane fa, che formalizza sotto l’aspetto di una partnership politica-energetica la collaborazione che già nel settore della sicurezza — nello specifico nella problematica regione del Sinai — era in piedi da anni, ma sotto una traccia più discreta.

In questi giorni anche l’italiana Eni, che nel business mediterraneo dell’energia è un attore di primo piano, ha formalizzato una intesa che può avere effetti positivi di stabilità nell’area. La società guidata da Claudio Descalzi ha chiuso un doppio accordo con gli Emirati Arabi, facendo entrare Adnoc (la società emiratina dell’energia) tra gli azionisti di Zohr. Mubadala Investment Company (che muove i conti di tutto quel che ha valore ad Abu Dhabi), con un pagamento da quasi un miliardo di dollari s’è assicurata un 10 per cento del pozzo egiziano Zohr, di cui Eni — che lo aveva scoperto nel 2015 — condivide già la proprietà con i russi di Rosneft (30%) e con gli inglesi di Bp (10%). Contestualmente, Eni ha acquisito il 5 per cento nel giacimento a olio di Lower Zakum e un pacchetto del 10 in gli altri emiratini di Umm Shaif e Nasr, rafforzando ulteriormente le relazioni politiche tra Italia e EAU (alla cerimonia di firma dei contratti erano presenti anche il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed Bin Zayed).

MbZ viene considerato partner strategico dell’erede al trono saudita Mohammed bin Salman: insieme stanno dando un segno nuovo alla politica estera mediorientale.  L’Italia, a sua volta, ha un’ottima relazione anche con il Qatar, Paese messo sotto isolamento diplomatico dalla coppia di regnanti del Golfo per contrastare l’espansionismo iraniano.

Dal punto di vista di Roma va segnalato che l’ingresso emiratino in Zohr può essere anche un punto di contatto per altri importanti dossier, a partire da quello libico.

Mentre il governo italiano ha da sempre sostenuto in modo convinto il programma onusiano impostato a Tripoli, Egitto ed Emirati hanno scommesso sull’altro cavallo — quello del generale Khalifa Haftar da Bengasi — e con loro la Russia. Ma il nostro Paese ha sempre sostenuto la necessità di un dialogo inclusivo, anche perché la crisi libica è una questione primaria di sicurezza nazionale per l’Italia. La stessa Eni ha lì enormi interessi (e garantisce con il gasdotto Greenstream il gas verso Gela: un altro vincolo fisico, che lega Roma indissolubilmente a Tripoli) e inoltre la Libia è il principale rubinetto dell’immigrazione clandestina, che con il buon tempo rischia di ripartire.

A ben vedere le scelte del Cane a sei zampe si collocano strategicamente nella dimensione degli interessi nazionali del nostro Paese ben oltre le pur rilevanti valutazioni energetiche.

 

Ecco come grazie ad Eni l'Italia si rafforza nel Mediterraneo

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