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50 morti, 120 feriti. Questo il bilancio degli scontri a Tripoli andati in scena la scorsa settimana fra la Settima brigata e le forze governative. I bilanci non ufficiali parlano di numeri ben più alti. Se ai colpi di mitraglia si somma l’evasione di 400 detenuti questa domenica dal carcere di Ain Zar alle porte della città il quadro si fa ancora più caotico. E preoccupante. Il governo italiano osserva minuto per minuto, e ha già facilitato il rientro di decine di cittadini. L’ambasciata a Tripoli e gli asset strategici come Eni continuano a lavorare, per il momento. Non è escluso però che i diplomatici italiani possano ammainare la bandiera nella capitale qualora la situazione degenerasse. Uno scenario che potrebbe rendersi necessario per ragioni di sicurezza, ma che al contempo porta con sé conseguenze imprevedibili. “Credo che un ritiro così drastico della presenza italiana in Libia potrebbe suonare come una resa, un po’ come quando nel 2012 l’ambasciatore americano Chris Stevens è stato ucciso e gli Stati Uniti fatto marcia indietro”, commenta ai nostri microfoni Brian Katulis, senior fellow presso il Center for American Progress, esperto di controterrorismo e Medio Oriente, con una lunga esperienza sul campo fra il Nord Africa e la Mezzaluna, firma di punta di Foreign Policy.

L’aggravarsi degli scontri a Tripoli è motivo di una legittima preoccupazione della Farnesina, ma – spiega l’esperto americano – bisogna fare in modo di non affrettare una ritirata completa dal territorio libico. Il caso statunitense insegna: “È triste, ma gli Stati Uniti si stanno lentamente disinteressando degli scenari critici in Medio Oriente e nel Nord Africa. Non c’è dubbio che sia una strategia che giova all’interesse nazionale nel breve periodo, ma non è intelligente nel lungo periodo. Il circo che vede protagonisti i media e il presidente Trump in vista delle elezioni di mid-term ha tenuto il dibattito pubblico alla larga da qualsiasi discussione di politica estera”. La violenza scoppiata ancora una volta nella capitale libica che ospita il governo supportato dalle Nazioni Unite non sorprende più di tanto. È la conseguenza diretta dello scollamento fra strategia politica e diplomatica e la guerriglia fra fazioni” chiosa Katulis, che ha visto con i suoi occhi il lento deterioramento della tela tessuta dalla comunità internazionale a Tripoli quando fra il 2013 e il 2014 ha fatto parte del panel di esperti delle Nazioni Unite. Era questione di tempo – aggiunge – perché il governo di al-Sarraj “non gode di alcuna legittimazione politica”. È a questo punto velleitario parlare di elezioni. “Sento discutere di nuove elezioni a dicembre. Anche in passato sono state fissate elezioni e il risultato è sempre stato uguale: il potere è nelle mani di chi ha le armi, non delle istituzioni”.

Difficile capire chi sia il vero responsabile della perpetua instabilità politica libica. In questo momento tutti hanno un dito puntato. Il governo italiano negli ultimi mesi ha accusato – non a torto – la Francia di Macron di aver oltremodo interferito nel processo politico in corso fra Tripoli, Tobruk e le milizie armate, non di rado scegliendo di andare palesemente contro gli interessi italiani nella regione. Il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini si è spinto oggi ad addossare tutta la responsabilità all’Eliseo, sostenendo che alla base degli scontri a Tripoli ci siano le “continue ingerenze della Francia per interessi economici”. “Mi sembra una conclusione affrettata – risponde Katulis – la Francia non può essere l’unica ad aver aggravato la crisi libica. Tutti puntano il dito ma nessuno vuole davvero sedersi e parlare con i libici. Loro stessi, divisi in fazioni, hanno contribuito a rifiutare qualsiasi soluzione negoziale. Non c’è nessuna coesione interna, e questo, un po’ come nel caso dello scontro fra Qatar e Emirati Arabi Uniti nel Golfo, rende la Libia estremamente permeabile alle influenze esterne”.

Lasciate da parte le facili conclusioni, quale via di uscita per l’Italia? La violenza che ha preso piede nella capitale libica rischia di frantumare definitivamente attese e speranze suscitate dall’incontro fra Donald Trump e Giuseppe Conte a Washington, quando si era parlato di una cabina di regia Italia-Usa per affrontare la crisi libica e ridurre i flussi migratori verso l’Europa. Bando alle illusioni, taglia corto l’esperto statunitense: “Lo statement congiunto di Stati Uniti, Germania e Francia non deve ingannare. Il dipartimento di Stato, lo spiega bene la strategia per la Sicurezza Nazionale, vuole ora concentrarsi sulla competizione globale con Russia e Cina. L’amministrazione Trump non ha intenzione di sprecare uomini e risorse (che pure avrebbe) in Libia”.

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